Il magico incantesimo delle parole sulle sue labbra e così anche l'assurdamente fantastico ha sembianza di un corpo e una dimora reale.

La dolcezza ipnotica della sua voce che sa raccontare con le pause e i silenzi, e gestire con maestria l'irruenza carnalissima delle immagini.

Sedurre, raccontando delle tumultuose e mutevoli umane passioni, di quando i desideri hanno seni di donna, occhi di tempesta e mani febbrili.

Stravolgere i teoremi, ingarbugliare le geometrie, contestare l' indubitale in una mirabolante apoteosi narrativa, pronta ad accettare la sfida di riuscire a catturare una stella fiammeggiante contro tutte quelle logiche che la stabiliscono inafferrabile, imprendibile.

Questa è la sua missione.

(L'affabulatrice - Amaranta)

giovedì 10 agosto 2017

La stanza di Ludwig


Cap 1
Non importa l'anno, la stagione e la città in cui si svolge questa storia, che alla fine sono solo dettagli che nulla aggiungerebbero alla trama, così come non hanno importanza neppure i nomi dei protagonisti, (da me ribattezzati con nomi di fantasia) se non fosse per via dell'esigenza immediata del riconoscimento, che non potevo certo scrivere lei lui l'altro, in un modo approssimativo, che avrebbe ingenerato confusione.
Così ho scelto i nomi in base alle peculiarità personali, quelle che a me parevano identificative del carattere e  della propensione.

...quella sera ero a caccia di stelle, impresa possibile solo ad una sognatrice, visto che il mio affaccio confluisce nella finestra della casa di fronte, e il passaggio che alla vista si dispiega non è quello misterioso della via lattea, ma di una tappezzeria presuntuosa, un lampadario monumentale, e un pianoforte con sgabello.
Stanza che, fino a quella sera, avevo immaginato disabitata, con le tende spalancate ma mai nessuno all'interno, e invece, con mio grande stupore, nell'interno buio s'è profilata la silhouette di un uomo seduto al pianoforte, le mani in grembo e la testa (una testa possente dai capelli bianchissimi) reclinata sul petto, come stesse dormendo o congetturando.
Dopo un lungo tempo l'uomo si è scosso, ha sfiorato con le mani i tasti, si è alzato ed è uscito dalla stanza.

 Cercavo le stelle ed ho trovato un pianeta.
Un mondo abitato laddove immaginavo un deserto.
Questo ho pensato quando la stanza è tornata di nuovo vuota.
Paziente, ho atteso ancora alla finestra un nuovo ingresso dell'uomo, ma non è accaduto.
Così le sere successive.
E già perdevo interesse alla storia, quando di nuovo si è replicata la stessa coreografia, ma più nitida, cosicché ho capito che l'uomo seduto con la testa reclinata sul petto, non stava affatto dormendo né congetturando, ma fissava un coltello che gli giaceva in grembo. Poi si è alzato, ha  sfiorato i tasti con una carezza sporca di sangue, ed è scomparso oltre la soglia buia.

Mi sono affannata a raccimolar notizie al riguardo del mio misterioso dirimpettaio, ma a quanto pare nessuno lo conosceva e pochi lo avevano visto. Il Maestro (così, con ironia e diffidenza, l'avevano appellato per via del nome difficile e straniero. ) in quell'appartamento non ci abitava in pianta stabile, poiché spesso era in tournée. Nessuna confidenza, non rispondeva neppure ai saluti, forse era sordo o solo arrogante, con la spocchia dei ricchi seppur ricco non doveva essere se abitava in una di  queste nostre topaie, Forse portato sul lastrico da un divorzio sfavorevole, una ex moglie che lo aveva dissanguato, magari la bruna favolosa, una donna di gran classe, che una volta era giunta fin qui a cercarlo.

Di Ludwig, (così chiamerò d'ora in poi il Maestro, per le vere, o presunte, attinenze con Beethoven) quindi, poco o nulla si conosceva, ed io non avevo di certo le credenziali per irrompere nella sua vita ad indagare. Così mi sarei dovuta accontentare dei fotogrammi proiettati all'interno di quella stanza.
Pazientemente mi sarei predisposta all'attesa della visione privata del prossimo spezzone di pellicola.

...e non ho dovuto aspettar molto che gli intervalli, tra un tempo e l'altro, erano diventati sempre più brevi, come se il regista, accortosi di me, unica ma attenta spettatrice, accelerasse i tempi del racconto affinché non mi distraessi e perdessi interesse alla trama. ed ecco, con un colpo di scena, nella stanza buia ha materializzato l'ombra sottile di una donna, della quale nitidamente intravedevo la schiena nuda, le braccia, le spalle, il collo, e una porzione di viso, che l'altro lato era nascosto dalla cascata scura dei capelli. La donna, che immaginavo bellissima ed elegante, camminava spedita verso il pianoforte ma poi è incespicata. Ha perso l'equilibrio ed è caduta. Si è rialzata, infine, con le mani premute sulla bocca a reprimere un grido

Cap 2
...l'attimo successivo, bussavo trafelata alla porta di quell'appartamento.
Ho picchiato fino a sbucciarmi le nocche delle dita, ma nessuno mi ha aperto.
In compenso, però, si sono spalancate le porte degli altri condomini, qualcuno in pigiama tirato giù dal letto, una donna con un neonato attaccato al seno, un tizio seminudo, a malapena coperto da un' asciugamano, scaraventatosi fuori dalla doccia.
Ne è conseguito un gran bailamme, che tutti volevano sapere cosa stesse succedendo e perché m'accanissi con tanto furore contro la porta di quell'appartamento vuoto.

- Non è affatto vuoto, c'è una donna che ha bisogno d'aiuto. L'ho vista dalla mia finestra -  M'affannavo a spiegare
- Non c'è nessuno in quella casa, e se lo dico io potete starne certa, l'affittuario, il Maestro, mi ha riconsegnato le chiavi qualche settimana fa - Tagliò corto il portiere, che nel frattempo era sopraggiunto
- Ma io l'ho vista, vi dico. Così come qualche giorno fa vidi un uomo. E aveva un coltello - Ribattei testarda
- La verifica è facile, basta prender le chiavi ed entrare - Suggerì, pragmatico, l'uomo seminudo

Già già, verissimo, si può controllare, siate gentile andate a prendere le chiavi così la ragazza si tranquillizza e smette di fare baccano, e noi riprendiamo le nostre faccende.
Spronato dalla piccola folla, il portiere si risolse ad andare a prendere le chiavi in guardiola.

Com'era questa donna?
Cosa faceva?
Perché dici che era in pericolo?

Raccontai quello che avevo visto, in realtà poco e molto confuso, ma che generò svariate congetture.
La signora della porta accanto si ricordò di aver visto una donna uscire da quell'appartamento, e di aver suscitato la sua curiosità perché il Maestro, che godeva fama di misantropo, non riceveva mai visite.
...una donna bellissima, capelli bruni e occhi viola, proprio come quelli dell'attrice, la Elizabeth Taylor. Bella come lei...ma anche più bella.

Forse era la favolosa bruna che altri inquilini avevano notato e di cui s'era ironizzato poter essere una ex moglie, appartenente alla categoria delle sanguisughe.
Nel frattempo era ritornato il portiere con le chiavi e il chiacchiericcio, di botto, aveva lasciato il posto a un silenzio di tomba, quando, con qualche circospezione, aveva varcato la soglia e acceso la luce.
...una breve ispezione in tutte le stanze e poi il responso finale, scandito con enfasi vittoriosa: l'appartamento è vuoto!

Allora siamo entrati in massa a verificare, più per la curiosità di profanare un luogo proibito che per mettere in discussione la parola del portiere.
L'appartamento non solo era vuoto ma non c'era nemmeno il pianoforte né il monumentale lampadario, e le finestre erano sigillate dagli scuri sbarrati.

- Bene, signori, ora che abbiamo verificato che l'appartamento è vuoto, come io avevo detto, possiamo tornarcene a casa -
Andava suggerendo, beffardo e impaziente, il portiere
...ma io sentivo che tutti erano rimasti delusi e che avevano sperato fino all'ultimo in quel colpo di scena che avrebbe movimentato, sia pur per un breve momento, la banalità delle loro vite, ponendoli sotto gli occhi dei riflettori, spettatori e testimoni di un dramma che aveva tutti gli ingredienti di espandersi in leggenda, mentre ora si rifacevano, con battute ironicamente pungenti, su quella mia ingiustificata apprensione che li aveva tutti coinvolti a vuoto, e seppur le mie scuse fossero state benevolmente accolte, non mi vennero risparmiati commenti del tipo: certi cibi è meglio evitarli la sera, sono indigesti; un'insonnia troppo prolungata genera questo tipo di visioni; le droghe sono la rovina del mondo; colpa dello stress e dei ritmi della vita moderna
...e via di questo passo.

Ma io, Elizabeth, l'avevo vista!

Cap 3
La mia aggressiva irruzione di quella notte mi aveva recato un'inaspettata, quanto bislacca,  popolarità, cosicché quando attraversavo il cortile, o m' affacciavo alla finestra, c'era sempre qualcuno che, a gran voce, mi chiedesse cosa stessi vedendo.
Imbarazzata, affrettavo il passo fingendo di non aver sentito, o mi ritraevo dalla finestra, arrabbiata con me stessa al ricordo della  mia sconcertante performance di quella sera, che m'aveva tolto, agli occhi del vicinato, di ogni credibilità.
Così decisi che mi sarei affacciata solo di notte, quando il resto del mondo dormiva e la stanza di fronte magicamente, solo per me, s'animava.
...seppur dovetti aspettare molto tempo prima che accadesse di nuovo.

Quella sera un vento di burrasca muoveva le tende e faceva tintinnare le gocce del lampadario barocco; un vento teso a spazzar via le ombre del buio e render nitide quelle dei due uomini avvinghiati in una lotta silenziosa.
Individuai, dal bianco dei capelli, l'uno essere Ludwig, dell'altro, invece, non emergevano particolari identificativi, ma sembrava, tra i due, fosse quello più in difficoltà, quello che subiva la predominanza fisica dell'avversario.
...ed ecco, d'un tratto, nelle sue mani, materializzarsi un coltello che nell'enfasi della lotta, gli sfuggì dalla presa, finendo a terra, dove Ludwig fu lesto a raccoglierlo, per poi con quello assediarlo.
 Lo sconosciuto, smarrito e maldestro, incespicò  nella sua stessa ombra e cadde sulla lama,  impugnata dall'avversario a stabilire la distanza.
...cadde a terra, sgomitando il buio, scoordinato come una marionetta a cui sono stati recisi i fili.
Senza più rialzarsi.

Questa volta non agii impulsivamente, non corsi a batter alla porta di Ludwig,  ma piuttosto mi sforzai di far leva sulla razionalità.
Dunque, ciò che accadeva in quella stanza non avveniva in tempo reale ma era una proiezione di atti compiuti nel passato che, non so per quale ragione, me ne era concessa una privata visione.
Ma per dare un senso alla sequenza di quegli eventi, che scorrevano a ritroso (così m'era sembrato di capire che la scena, intravista per la prima volta dalla mia finestra, in realtà fosse l'atto finale) avrei dovuto scoprire l'identità della vittima, della quale, però, non avevo alcun indizio da cui partire.
...interrogare il vicinato, in maniera assolutamente discreta, rimaneva l'unica strategia a cui potessi far ricorso, che consultare i giornali sarebbe stato del tutto inutile poiché di quel misterioso delitto neppure i mass media dovevano saperne nulla.

...e alla prima buona occasione realizzai l'approccio proprio con la vicina di casa di Ludwig, intercettata mentre attraversava il cortile, appesantita da un paio d'ingombranti sporte e impacciata da un grosso ombrello da uomo in cui, a tratti, rischiava d'incespicare.
Finsi di scendere in cortile a raccogliere un tovagliolo cadutomi dalla finestra, eppoi come per caso voltarmi e veder lei col suo pesante fardello, andarle incontro offrendole il mio aiuto, che subito accettò, grata, impartendomi benedizioni e ringraziamenti, fin sulla soglia di casa, dove m'invitò ad entrare per un caffè.
...che io, di buon grado, accettai.

Per un pezzo parlammo del più e del meno, poi, inaspettatamente, fu lei stessa ad imboccare l'argomento Ludwig.
Si vedeva che aveva voglia, ma forse più esatto dire, necessità di parlare, di sgravarsi di un peso che, al pari di quello delle sporte, le urgeva dividere con qualcuno.
...e quale pubblico più attento di me, la ragazza delle visioni, avrebbe ascoltato la sua storia?

Così, io ed Adelina (anche questo un nome di fantasia, ispirato dalla fragilità, fisica ed emotiva, identificativa della vicina di Ludwig, altrimenti una donna senza una storia personale ma con la propensione a vivere quella degli altri, per cui, io stessa, avrei dovuto usare molto cautela per preservarmi da sue probabili invadenze future, come mi aveva fatto presagire quel suo fulmineo passaggio dal "lei" al "tu"), sedute in salotto, con davanti un bricco di caffè fumante e un vassoio di biscotti stantii, avanzo di compleanni mai festeggiati, ci apprestavamo ad officiare al rito della confessione dei peccati altrui: lei la penitente ed io il confessore.

Cap 4
Il racconto di Adelina, articolato su fatti reali e congetture, non mancava, però, di una sua logica, anche se, a tratti, in balia di una fantasia febbrile, esasperata dalle estenuanti veglie a spiare il mondo dal buco della serratura o dai vetri della finestra.
...due donne, le sue uniche visitatrici: la bruna con gli occhi viola, ed una di corporatura più esile, anche lei mora, capelli lisci cortissimi, lo sguardo ardente e una lingua tagliente, una spagnola (la nazionalità rivelata dall'accento), che indossava un completo severo, dal taglio maschile, cosicché al primo impatto l'aveva scambiata per un uomo.
La spagnola era in stato evidente di esaltazione. Una furia esplosa all'interno della casa
... l'ha vista entrare ma non più uscire.

 L'ombra pugnalata era, dunque, quella della spagnola: il racconto di Adelina tragicamente combaciava con quello della mia visione.

- Come fa ad esser certa che non sia uscita? Magari non l'ha vista -
- No, non è uscita. Il lampione proietta una luce vivida su tutto il cortile, e il portone, quando lo si apre o lo si chiude, cigola, seppur sommessamente, ma le mie orecchie, a causa dell'insonnia, sono diventate sensibili ai rumori anche minimi. La donna non è uscita da quell'appartamento, ci metto la mano sul fuoco -
- Nessun altro, oltre lei, li ha sentiti bisticciare? -
- Come faccio a saperlo? Io testimonio per quello che ho personalmente visto e sentito. Ma non ho prove, e senza di quelle non si va da nessuna parte -
- Prove... di cosa?-
- Dell' omicidio -
- Omicidio! Questa è una supposizione grave e, mi lasci dire, molto azzardata -
- E allora che fine ha fatto la ragazza? Dopo il litigio, di cui poco ho capito perché la ragazza urlava in spagnolo e lui, il Maestro, le rispondeva con altrettanta veemenza in tedesco, o in una lingua simile, è subentrato un silenzio di tomba. Proprio così: di tomba. E lei non è più uscita dalla casa -
- Sono solo supposizioni, le sue, Adelina, ne deve convenire con me. Non si può accusare nessuno di un reato così grave senza esibire alcuna prova -
- Oh certo che lo so, le mie supposizioni sono come le tue visioni: farneticazioni. La giustizia necessita d'impronte digitali e macabri reperti per mettersi in moto, e così tanti criminali la fanno franca e se la ridono. Piuttosto, tu non hai visto più nulla accadere in quella stanza? -
- No, non ho visto più nulla -

... le avevo mentito a fin di bene, che se le avessi raccontato la mia ultima visione, che in definitiva avvalorava tutta la sua storia, avrei contribuito ad esacerbare quella sua morbosa, seppur lucida emotività, che avevo intuito, dal tono acuto della voce e da un esasperato gesticolare, imbrigliata, a stento, in un precario autocontrollo.
Ci salutammo come due cospiratrici, consapevoli, però, che di quel nostro briefing erano già al corrente tutti gli altri condomini.

La descrizione fisica e l'irruenza caratteriale e quella sottile ambiguità di fondo della misteriosa spagnola, m'avevano ispirato il nome di Anais, che per queste sue caratteristiche l'avevo da subito configurata con la celebre scrittrice di romanzi erotici  Anais Nin.
...e così ne avevo disegnato, nella mia fantasia, un ritratto suggestivo: piccola di statura, esile, capelli corti corvini, sguardo enigmatico, vestita con un tailleur pantalone di foggia maschile. Una di quelle donne solo all'apparenza fragile, ma con all'interno il potenziale distruttivo di una santabarbara.

Necessitava stabilire una correlazione reale tra gli evanescenti personaggi, Ludwig, Elizabeth e Anais, protagonisti di un film muto e di cui solo io conoscevo il finale.

Cap 5
Quali ruoli rivestivano i tre attori protagonisti di quel film a episodi ?
Interpretavano una parte o se stessi?
Storia reale o fantasia?

Attendevo alla finestra, speranzosa ed impaziente, la proiezione di altri spezzoni di quel thriller muto, aspettando comodamente seduta in poltrona, che il regista, nella scena finale, fornisse la soluzione dell'enigma.
...o forse non ci sarebbero state più proiezioni perché la scena finale era già andata in onda, quella in cui Anais muore pugnalata dalla lama del suo coltello.
Ma era stata una ferita mortale quella che lei stessa s'era inferta cadendo sulla lama impugnata da Ludwig, o era stata solo la mia frettolosa supposizione a decretarlo?
...perché la scena, magistralmente, s'interrompeva su quella caduta accidentale.
 Stando a questo parziale scenario, la morte di Anais sarebbe stata solo un incidente, omicidio colposo, per dirlo in termini di legge, che alleggeriva Ludwig dalla volontarietà del fatto e non lo bollava col marchio infamante dell'assassino intenzionale.
Ma, come ho già ribadito, la scena s'era interrotta su quella caduta, cosa era avvenuto dopo?
Potevo solo fare congetture:
1) Anais, solo ferita, era caduta a terra, per rialzarsi e andar via
2) Anais, solo ferita, era caduta a terra dove Ludwig l'aveva poi uccisa.
3) Anais, mortalmente ferita, era caduta a terra, dove era spirata.

Un finale aperto, dunque, dove benissimo, nella seconda e terza ipotesi, s'andava incasellando anche l'affermazione di Adelina, pronta a giurare che la donna non era mai più uscita dalla casa.
 Nella sciagurata ipotesi dell'omicidio, colposo o doloso che fosse, dov'era finito il cadavere?
....molto più probabile, invece, che la donna, seppur ferita, avesse lasciato l'appartamento sulle sue proprie gambe, eclissandosi nel buio.

Per saperne di più sarei dovuta tornare indietro di qualche fotogramma, laddove Elizabeth, inciampando, guarda a terra, e con un moto d'orrore si porta le mani alla bocca a reprimere un grido.
Sul pavimento c'era il corpo di Anais o solo il suo sangue?

Il fermo immagine di Elizabeth con le mani premute sulla bocca, mi si era inchiodato nella mente, ma era davvero poco per stabilire la realtà dei fatti e optare per una delle due, parimenti, plausibili ipotesi.

Elizabeth...forse saperne di più su di lei avrebbe contribuito a far luce su questa storia che, perdonate l'ironia, andava in onda col buio.
D'altronde, lei e Ludwig erano, differenza di Anais, evanescente e provvisoria, carnalmente reali.
...e di questo mio proposito d'indagine non ne avrei fatto parola nemmeno con Adelina.

Il primo passo sarebbe stato documentarmi su Internet riguardo la vita, privata e pubblica, di Ludwig. Con un po di fortuna avrei stabilito la sua correlazione con Elizabeth (c'erano troppi forse in questa storia dove procedevo per congetture quando, invece, necessitavo di dati verificabili e circostanziati).
Il primo enigma da sciogliere sarebbe stato quello di risalire al vero nome e cognome di Ludwig, così difficili da pronunciare e memorizzare, il motivo per cui era stato soprannominato il Maestro.
...erano state rimosse anche le etichette dal suo citofono e dalla cassetta della posta.
Senza un nome di riferimento non avrei cavato nulla da Internet, ma piuttosto, come i detective del secolo scorso, avrei dovuto far ricorso ad un informatore.
...informatrice, per la verità, la migliore sulla piazza, una donna dai mille mestieri, giornalista, pianista e animatrice di feste, allo stato odierno ideatrice di bufale per un sito internet, che grazie a lei stava scoprendo l'età dell'oro.
Una donna che sul pettegolezzo e la maldicenza aveva costruito le sue fortune e le sue sfortune.

Elsa, (così chiamerò la mia informatrice, per via delle tante rilevanti attinenze con la più celebre Elsa Maxwell, la penna corrosiva e denigratrice del giornalismo gossip targato USA, tra gli anni ruggenti e la grande depressione), uscita miracolosamente indenne, e con la fedina penale pulita, da una torbida vicenda di politici e prostitute minorenni, che l'aveva vista protagonista dapprima come coimputata eppoi come testimone d'accusa.

...così erano cadute tutte le altre teste, ma non la sua, che fieramente ostentava su quel suo collo grassoccio ed ingordo, come prova inconfutabile d'innocenza.
Innocenza a cui nessuno aveva mai creduto, ma che nessuno avrebbe più osato mettere in dubbio.

Cap 6
Una mail coincisa, promettente però di uno scoop sensazionale, inviata tramite il suo sito, mi fece entrare in contatto diretto con Elsa, allettata dal poter imbastire uno scandalo su un soggetto inedito, (anzi vergine, come lo aveva definito lei, proiettata già nell'atto della profanazione).
...quella donna metteva i brividi anche a distanza.

La storia, non importa che sia vera, ma deve essere credibile: è su questo assunto che si basa il  giornalismo scandalistico. Logica e fantasia devono riuscire a convivere all'interno di una stesa frase, coerenti e convincenti, altrimenti il castello di carta miseramente crolla, e il costruttore rimane sepolto sotto le macerie.
...ma nessun castello di carta, per quanto architettonicamente azzardato dall'impavida Elsa, le era mai crollato addosso. Morivano gli altri ma lei, miracolosamente, ne usciva illesa (proprio come era accaduto nell'epilogo dell'ultimo scandalo da lei fomentato)
...così per non rimanere impigliata nei suoi artigli, nel tentativo di estorcerle quante più informazioni potevo sulla vita privata di Ludwig, avrei dovuto propinarle una trama talmente astrusa da risultare incredibilmente priva di ogni logica, perfino a lei, regina delle fandonie.
...e quale trama più insensata della verità stessa?

Come era nelle mie previsioni, Elsa, cestinò in toto la mia storia, nonostante io giurassi e spergiurassi sulla sua veridicità, non potendo esibire testimonianze di una qualche, seppur blanda, attendibilità: non c'è materiale sufficiente a costruire le prove.
Costruire le prove!
Non cercarle, quelle prove, ma costruirle!
Evidentemente un lapsus di cui neppure s'era accorta, intenta com'era a scarnificare, ancora vivo, il povero Ludwig, che seppur fosse stato tutto quello che lei andava, con ferocia, elencando, pure gli avrei concesso la mia pietà, tanto erano micidiali, e mirati ad una lenta agonia, i colpi che lei gli andava, senza alcuna misericordia, assestando.

Elsa mi aveva raccontato di  un uomo ambizioso ma privo di un vero talento artistico (avevano frequentato, per un certo periodo, lo stesso Conservatorio, poi lei insofferente alla prospettiva di una ingiusta gavetta, dove s'era vista preferire, al suo indiscusso talento, colleghe meno brave ma più disponibili alle scorciatoie (seppur sono convintissima che quelle medesime scorciatoie, se anche a lei fossero state proposte, non le avrebbe di certo rifiutate) aveva optato per il giornalismo, che le consentiva un più vasto ventaglio di possibilità con cui poter autonomamente accedere in virtù del proprio talento e senza l'intermediazione di un patrocinante. Ludwig, (il cui vero nome è W. V. H. continuerò a chiamarlo così anche se il suo cognome non è poi così difficile da ricordare), invece, aveva appunto dato un'accelerata alla sua carriera, sposando A. K. sorella del celebre direttore d'orchestra J. K., una donna molto più grande d'età ma in grado di favorire la sua carriera. Un matrimonio durato il tempo necessario alla sua conclamazione di enfant prodige del pianoforte e terminato col suicidio della moglie, causato dalla depressione per una grave malattia diagnosticatale, (questa la motivazione ufficiale) ma, in realtà, per colpa di quell'unione infelice. Tradimenti...non ne erano venuti  a galla, seppur di certo ce ne saranno stati, lui era molto giovane e lei già sfiorita, ma la famiglia della suicida non lo aveva incolpato di nulla per evitare ulteriori scandali, e questo gli aveva
 permesso di andare impunemente avanti e consolidare la sua carriera, anzi, la storia del suicidio della sua prima moglie aveva contribuito a creargli l'aureola dell'artista maledetto, e renderlo popolare soprattutto tra le donne di tutte le età e non solo le appassionate di musica classica, che a far la fila per un suo autografo c'erano anche le rocker. Cosa ci trovassero in lui è un mistero, visto che aveva un carattere ruvido, molto umorale, per cui facilmente disertava perfino le feste organizzate in suo onore. Un' asociale e della peggior specie, di quelli a cui nonostante i modi sgarbati viene permesso, e perdonato, tutto, in nome di quel genio che neppure possiede. Che a sentir bene, il grande Maestro di stecche ne aveva prese, anche se pubblico e critica, succubi del mito, nella foga dei battimano parevano non accorgersene. Si era sposato una seconda volta con una ballerina dell'Opera di Parigi, D. M.  molto bella e talentuosa, (ma io che l'ho conosciuta di persona ho visto solo una biondina acerba, incolore, una ragazzetta qualunque che amava vestire di celeste) stavolta più giovane di lui e che gli aveva dato un figlio, vissuto, però, solo pochi mesi. Si era  parlato di morte in culla, e lei era in una forte depressione da cui non s'era più ripresa, decretando la fine di quella sua brillante carriera di ballerina. In realtà anche di lui, in quel periodo, e anche dopo, per tantissimo tempo, si sono perse le tracce, dando adito ad un suo avvenuto  ritiro dalla musica, ma poi eccolo, invece, intraprendere una lunga tournee nei paesi asiatici (abbastanza deludente, però, stavolta anche secondo la critica e gli addetti ai lavori). Ora, alla luce del tuo racconto, mi chiedo: che fine ha fatto la sua seconda moglie? Dovrò indagare a tal proposito, anche se è scontato che quelle come lei finiscono in convento o si suicidano. E arriviamo alla terza,  E. B. quella che tu chiami Elizabeth ( il cui nome, per caso, è proprio quello), l'avventuriera materializzatasi dal nulla, bellissima ma non più giovane e con la necessità, quindi, di assicurarsi con un matrimonio conveniente, un  benessere per gli anni della vecchiaia. Quando si sono sposati la stella di Ludwig aveva già iniziato ad offuscarsi e la sua mediocrità di pianista diventava sempre più evidente, ma aveva comunque accumulato  un sostanzioso patrimonio col quale benissimo avrebbe potuto campare di rendita. Perché l'abbia sposata rimane un mistero visto che al nostro artista piacevano le donne timide, quelle obbedienti, le sottomesse, insomma, come erano state le sue prime due mogli, perché con loro gli riusciva di mascherare la sua latente impotenza.  Elizabeth, invece, era una dominatrice, era lei a dettare le regole, imponendogli perfino la convivenza con la sua amante storica, una spagnola, sua  socia in affari e compagna di letto. Elizabeth era un osso duro, non si sarebbe suicidata né fatta suora, quindi, per liberarsene, gli  rimanevano due opzioni: l'uxoricidio o il divorzio.
...divorzio che, nonostante gli accordi prematrimoniali, l'aveva  ridotto sul lastrico.

Cap 7
La cronistoria di Elsa perfettamente delineava tutta la vicenda, dandole un senso, con tutte le tessere del mosaico perfettamente incasellate, dove non c'erano spazi vuoti né margini disgiunti.
Una storia dalla trama neppure davvero originale, e ancor di più immiserita dalla narrazione volgare di Elsa che, fedele al suo stile, aveva tradotto la tragedia in commedia, riducendo i personaggi a semplici clichè da dare in pasto alla canea, perennemente affamata, dei suoi lettori.
...a base di questa prospettiva, era una cosa buona che lei se ne fosse tirata fuori, seppure nutrivo il sospetto che fosse rimasta comunque in agguato in attesa di una mia mossa che le desse l'avvio per la sua micidiale zampata.
Elsa era quel tipo di persona che scende in campo a giocare sporco solo dopo aver acquisito la certezza che qualcun'altro si sporcherà più di lei.
... e, in virtù di questa sua etica, bellamente l'aveva fatta franca nell'ultimo scandalo che l'aveva vista prima sedere sul banco degli accusati e poi su quello delle accusatori.

Ma dovevo darle ragione sul fatto che non avevo alcuna prova con cui supportare una mia denuncia, e l'unica cosa che potevo fare era rintracciare Elizabeth e avere con lei un chiarimento.
Con lei, a differenza di Ludwig che, volontariamente o accidentalmente, era da ritenersi responsabile di quell'omicidio, avevo forse una qualche probabilità di venire a capo dell'intera vicenda, facendole presente che la sua reticenza l'avrebbe posta, invece, su un piano di corresponsabilità con l'assassino.
Rintracciare Anais, invece, sarebbe stato molto più difficile, soprattutto se fosse stata lei stessa a volersi rendere irreperibile.
...ma ancor più difficile nel caso fosse, invece, stata uccisa.

Non s'era neppure rivelato facile contattare Elizabeth, sicché ero dovuta ricorrere di nuovo all'aiuto di Elsa perché favorisse i presupposti per un nostro incontro.
...aiuto per il quale m'ero dovuta impegnare a fornirle il dettagliato resoconto della conversazione doverosamente registrata (cosa a cui mai mi sarei sottomessa, ma che, mentendo, le avevo promesso)

Mi sarei presentata ad Elizabeth con le false credenziali di una giovane regista che aveva come suo progetto d'esordio un film sulla vita di Ludwig, e per questo necessitava di testimonianze dirette e riscontrabili, per non incorrere nel rischio di censure o peggio ancora di denunce.
...specificando, per questa collaborazione, la prospettiva di un lauto guadagno sulle royalty a lei spettanti, perché questo film, c'era da scommetterci, avrebbe sbancato il botteghino.
Avrei dovuto essere estremamente convincente e coerente col mio personaggio, che Elizabeth, dal ritratto che ne aveva fatto Elsa, non era di certo una sprovveduta.

Apprensione, impazienza ed emozione: questi gli stati d'animo con cui mi predisponevo ad incontrare la Elizabeth delle mie visioni.

Cap 8
...incontro che non avvenne mai.
Attesi Elizabeth, nel luogo convenuto, tutto il pomeriggio fino alle prime ombre della sera, ma di lei nessuna traccia.
Avvilita e preoccupata chiesi spiegazione ad Elsa, ma le disse di non avere alcuna spiegazione al riguardo.

Avrà fiutato la trappola
Fu il suo breve commento.

Sta di fatto, però, che una parte di me era pur contenta che l'incontro non si fosse realizzato in base ai presupposti stabiliti da Elsa, che mi avrebbero resa complice dei suoi diabolici piani.
...oppure, era stata Elsa stessa, a far fallire il tutto, perseguendo un suo piano, privato e segreto, che mi escludeva, ritenendomi, probabilmente a ragione, non all'altezza dei suoi macchiavellismi.
Troppo onesta. Troppo ingenua. Troppo emotiva. Questi, ai suoi occhi, i miei difetti.
...seppur determinata ad andare fino in fondo

Ma la determinazione, da sola, non sempre basta, non sempre regge, alla prova dei fatti, con chi ha basato la sua ragione di vita sull'inganno e il raggiro, e forse il ricatto.
...e questo mio ragionamento non riguardava Elsa, ma Elizabeth.
Perché la bellissima bruna dagli occhi viola, la terza moglie di Ludwig era, al pari della giornalista, maestra di mistificazioni e sotterfugi, illusioni ed insidie: una intelligenza fine, votata al male.
Ed anche Anais, la presunta vittima, apparteneva alla loro stessa  malvagia genia?
...non dimentichiamoci che, per far valere le sue ragioni, era andata da Ludwig armata di coltello

Elsa, all'interno del suo racconto, l'aveva però menzionata solo riguardo alla specifica del suo ruolo d'amante, e di socia, di Elizabeth.
Forse perché la riteneva un'attrice secondaria, la spalla di Elizabeth, per intenderci, o semplicemente perché non possedeva informazioni al suo riguardo?

Anche la finestra della stanza di Ludwig era diventata un punto buio nella notte: cieca e muta, aveva cessato il suo racconto.
...vana, la mia attesa, della rivelazione della verità su quel segreto di sangue celato dagli scuri serrati.

Sentinella della notte, trascorrevo le mie ore ad indagare, paziente e passiva, l'oscurità, d'improvviso irrimediabilmente impenetrabile, interrogandomi sul fine per cui ero stata prescelta io, unica spettatrice a poter spiare il sipario dietro cui s'era consumato un dramma, privata, però, della possibilità d'intervenire.

Denunciare Ludwig per omicidio? Ma non avevo nessuna prova che fosse realmente accaduto, e soprattutto non era stato rinvenuto nessun cadavere
Denunciare la sparizione di Anais? Non c'era tra noi nessun legame di parentela, o di amicizia, che mi autorizzasse a muovermi in tal senso, oltretutto, se mi fosse stata richiesta, non sarei stata neppure in grado di fare una sua descrizione fisica. Conoscevo il suo nome, certo, ma questo non sarebbe stato sufficiente a mettere in moto la lenta macchina della giustizia.
Denunciare Elizabeth come testimone del delitto? Non avrei potuto in nessun modo motivare quest'accusa solo sulla base delle mie visioni.

Avevo le mani legate: la mia storia era talmente incredibile che nessuno l'avrebbe presa sul serio.
Inutilmente avevo cercato notizie di Ludwig sui giornali o in rete, ma di lui non si parlava affatto.
Provai a ricontattare Elsa per tentare un nuovo aggancio con Elizabeth, ma s'era resa irreperibile, non rispondeva, o si faceva negare, al telefono.
...non mi rimaneva che arrendermi.

Cap 9
Avrei dovuto gettare la spugna, e così feci dopo altri vani tentativi di rintracciare almeno uno dei protagonisti della vicenda. Ma niente, come fossero stati inghiottiti dal buio. Anche Elsa aveva fatto perdere le sue tracce, col sospetto, da parte mia, che lei continuasse ad indagare in maniera, di sicuro, molto più producente della mia, che mezzi e conoscenze non le mancavano.
Di tanto in tanto incontravo Adelina, ci scambiavamo speranzose sempre le stesse domande e le stesse sconsolate risposte.

- Hai avuto altre visioni?
- No. E lei, ha avuto modo di sentire o vedere qualcuno?
- Niente e nessuno. E l'appartamento, a tutt'oggi, è ancora sfitto.

Ancora, di notte, cercavo di captare attraverso gli scuri sbarrati della finestra di fronte, segnali di  vita, seppur metafisica. Ma nulla più mi giungeva.
...come se l'autore di quell'assurda messinscena, che d'impulso me ne aveva mostrato l'anteprima e poi, sempre con lo stesso impulso, avesse deciso non dovesse più riguardarmi, e così avrei fatto bene a farmene una ragione visto che, dall'altra parte non c'era nessun interlocutore con cui rapportarmi.
...ma il senso d'impotenza, che ne scaturiva, era assolutamente devastante.

Per sfuggire al richiamo ossessivo di quella finestra avrei dovuto cambiare casa, ma le mie magre finanze non mi consentivano di attuare il progetto, che l'affitto esiguo e i pochi doveri condominiali, non mi erano stati proposti in nessun'altro caseggiato.
... avrei dovuto, quindi, far leva solo sulla mia capacità di resistenza per sottrarmi a quella subdola malia, e come Ulisse, per sfuggire al canto delle sirene, s'era turato le orecchie con tappi di cera e incatenato all'albero maestro, io, invece, facendo ricorso a mezzi più moderni, m'immergevo in lunghe letture o cercavo d'interessarmi a qualche programma televisivo, oppure mi procuravo il sonno con l'ausilio dei sonniferi.
...ed erano solo questi, in ultimo, a lenire nel profondo quel mio distruttivo senso d'impotenza, facendomi precipitare nel salvifico, solitario buio, dell'incoscienza.
...e fu proprio durante l'attesa di una mia full immersion nell'oblio, quando già il sonnifero si accingeva ad espletare il compito per cui era stato assunto, e con solerzia andava spegnendo tutte le lucine nel mio campo visivo per consegnarmi all'oscurità del sonno, che il viso grassoccio di Elsa s'impose a riempire lo schermo televisivo.
...in un riflesso opaco, come di vapore, vidi la sua faccia dilatarsi a dismisura nel riquadro della tv eppoi irrimediabilmente frammentarsi in minuscoli, indecifrabili fotogrammi, che mai sarei riuscita a fissare nella memoria.

Al risveglio, dopo essermi impietosamente maledetta per la mia incapacità, della sera prima, ad oppormi al sonno e seguire il talk che ospitava Elsa, che ogni volta che quella donna si palesava di sicuro c'era in ballo una qualche scottante anteprima.
...e stavolta direttamente mi coinvolgeva.

A fatica avevo dominato l'impulso di precipitarmi a casa di Adelina per chiederle se avesse visto il talk in cui era presente Elsa, e di cosa trattava, facendo, però, molta attenzione a mascherare l'impazienza e la curiosità che mi dilaniavano, dal momento che lei nulla sapeva dei miei abboccamenti con la giornalista.
...così mi ero data un aspetto sufficientemente presentabile e già bussavo alla sua porta pregando che fosse in casa e non già dietro a qualche sua effimera commissione.
Mi venne ad aprire, sorpresa ed entusiasta, di quella visita così mattiniera.

- Ho appena fatto il caffè...
- Grazie, lo accetto volentieri.

- Credo che tu sia qui per il programma di ieri. Lo hai visto? C'era quella giornalista, Elsa comediavolofadicognome, vabbè non importa, parlava di Ludvig, del suo ritiro dalle scene e del tentativo di suicidio, provvidenzialmente sventato dalla sua ex moglie. Sventato per modo di dire, che quando lei ha chiamato l'ambulanza lui era già in stato di coma. Irreversibile, a quanto dicono i medici. Un mix di barbiturici e sonniferi, voleva proprio farla finita.

- Non l'ho visto il programma, cioè avevo già preso i sonniferi e mi sono addormentata. Un mancato suicidio o un tentativo di omicidio? Protenderei benissimo, trattandosi di Elizabeth, per la seconda ipotesi
- Vacci piano anche tu con quella roba. I sonniferi sono come i barbiturici e le droghe, a farne troppo uso ti spediscono all'altro mondo. E già questa sarebbe una fortuna che di sicuro rimanere in coma irreversibile,come è accaduto a Ludvig, è ancor peggio.
- E cos'altro ha detto la giornalista?
- Che scriverà un libro su di lui, promettendo rivelazioni inedite e sensazionali, con l'ausilio della  sua ex moglie, per la precisione la seconda, c'era anche lei in studio, una biondina stralunata, devo confessarti che mi ha fatto pena. Rispondeva solo con un si o con un no alle domande che la conduttrice poneva. Sembrava non fosse in grado di formulare risposte più articolate. Mi ha dato l'idea di una drogata, o di una fortemente depressa, così  al suo posto rispondeva quasi sempre la giornalista. Perché poi avrà portato quella povera creatura in televisione? Lei e Ludvig avevano avuto un figlio che è morto dopo pochi mesi, di una di quelle morti misteriose dei bambini. Ha detto la giornalista che scriveranno un libro a quattro mani...ma che libro vuole scrivere con una così?
- Inventerà. Potrà dire tutto quello che vuole e senza contraddittorio. A chi davvero importerà indagare sulla verità dei fatti, se la menzogna sarà così intelligentemente congegnata da sembrare più vera del vero? Magari Ludvig è colpevole di omicidio, e nessuno lo saprà mai. Ma dovrà espiare, invece, per peccati mai commessi e, forse, più abominevoli di quell'unico.
- E noi cosa possiamo fare?
- Nulla, Adelina. La nostra versione dei fatti, straordinariamente fantastica ma vera, non sarà mai creduta da nessuno: non abbiamo prove né testimonianze, così le mie visioni, e le tue asserzioni, non sarebbero ritenute attendibili da nessun giudice. Abbiamo le mani legate. Rassegnamoci.
- Potremmo rivolgerci a quella giornalista, raccontare a lei tutta la storia, magari lei ci crede
- Se al diavolo racconti la verità quello per dispetto la tramuta in bugia, perché l'unica verità conclamata deve essere sempre la sua. Esattamente lo stile di quella giornalista.
- Ne parli come se la conoscessi
- Forse perché recentemente ne ho conosciuta una che le somiglia davvero tanto.

La salutai con un'amichevole pacca sulle spalle, e poi mesta e sconfitta, ma al contempo sentendomi finalmente libera, me ne tornai a casa.

La storia è questa.
E i protagonisti pure.
Tirate voi le somme, o se vi aggrada, imbastite una morale
Ma io, in questo finale, non salvo nessuno
Neppure me stessa.

sabato 15 ottobre 2016

Una donna in bianco e nero

CAPITOLO 1
Quando incontrò per la  prima volta Alejandro, Irene era nell'età favolosa dei 40 anni: un età che appieno le donava, anzi, nella sua tipologia fisica, addirittura risplendeva.
Alejandro di anni ne aveva invece 25, gli stessi che avrebbe potuto avere un suo ipotetico figlio semmai lei avesse deciso di metterlo al mondo durante la sua infernale vita matrimoniale, costellata di botte, di richieste di perdono e di assoluzioni.
Ma Irene, nonostante fosse succube di quell'amore vigliacco, aveva fatto in modo che la sciagurata eventualità di una gravidanza non s'avverasse,
Fu solo dopo che lui l'aveva quasi spedita al creatore che lei aveva trovato la forza di reagire, denunciarlo e spezzare finalmente quel legame mortale.
Nel suo petto, orrendamente fracassato, s'era fracassato anche il cuore.
Una volta divorziata s'era consacrata alla singlitudine.
Nessun uomo, da allora, l'aveva più toccata.
E questo, incredibilmente, aveva accresciuto il suo fascino: una donna inarrivabile.
Una donna superiore.
Irene, in base a questa supposizione, ci scherzava con le amiche che pure la spronavano a ritentare, che non tutti gli uomini sono uguali e che bisogna sempre dare una possibilità di riscatto a se stessi e agli altri.

Non ho tale esigenza.
Questa la sua risposta sintetica e conclusiva.
Gli occhi scurivano e la voce diventava amara.
Discorso chiuso.
Nessuna delle amiche, d'altronde, intendeva aprire ferite dolorose, come la dura cicatrice, dello spessore di una grossa chiusura lampo, che le percorreva la cassa torica, chiudendosi sul cuore.
Quel cuore ostinato che aveva continuato a battere tra le costole fratturate.

No, Irene non avrebbe concesso nessun'altra possibilità.
Neppure a se stessa.

Fino al giorno in cui incontrò Alejandro.
O meglio, si scontrò con Alejandro.

CAPITOLO 2
Quel pomeriggio di diluvio universale, un acquazzone apocalittico aveva sommerso l'intera città cogliendo tutti impreparati, automobilisti e pedoni e quell'unico ciclista che, per schivarla, era finito a terra, agganciandola, però, nella caduta.
Sotto quel diluvio biblico s'erano ritrovati soli, che nessuno s'era fermato a prestar loro soccorso, fradici d'acqua e con qualche escoriazione.

- Niente di rotto, signora? -
Aveva chiesto, con apprensione, una voce maschile.

Tutto quello che c'era da rompere è già stato rotto tanto tempo fa.
Aveva pensato, Irene, con una sorta di crudele ironia.

- Credo di no. -
Aveva risposto mentre maldestramente cercava di riconquistare la posizione eretta.

- L'aiuto ad alzarsi. -
Ma lei, bruscamente, aveva respinto le sue mani, rischiando di cadere di nuovo.

- Volevo solo aiutarla, mi spiace, con tutta quest'acqua non sono riuscito ad evitare di venirle addosso. Sicura di non essersi fatta troppo male? -

- Sicura. E' tutto ok -

 - Chiamerei un taxi, se ce ne fosse uno nei paraggi, per riaccompagnarla a casa, Ma credo che con quest'apocalisse non se ne trovino in giro e darle un passaggio con la bici non credo sia il caso. -


- No, non è il caso. Incidente chiuso. Fai attenzione, però, a non investire nessun'altro -

- Io sono Alejandro -
Aveva detto porgendole la mano.

- Io sono...terribilmente in ritardo. Scusami -
Quasi una fuga, quella sua, sotto la pioggia.


...ma al destino non si sfugge, aveva raccontato alle amiche di come Alejandro il giorno dopo se lo fosse trovato alla porta, con un sorriso largo e nelle mani il suo portadocumenti.

- Fuoriuscito dalla sua borsetta durante la caduta, non l'ho mica rubato -
Aveva precisato lui.

- Grazie per questa gentilezza. Scusami se non ti faccio entrare ma sono...-

- terribilmente in ritardo -
Aveva concluso, Alejandro, ridendo.

- Un giorno che non è troppo in ritardo, Irene, vorrei offrirle un caffè per farmi perdonare l'incidente di ieri. Mi sento in colpa, sono appena arrivato in città e ho già causato un guaio. Vorrei espiare -
Aveva detto ridendo.
Una risata spontanea. Contagiosa.

...al destino non si sfugge, soprattutto se ha un buon aroma di caffè, quello stesso che Alejandro personalmente le aveva recapitato, il mattino dopo, nella tazzina del bar.

- Se Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto...non deve farmi entrare, possiamo benissimo berlo anche qui sulle scale -
Detto fatto s'era seduto sul primo scalino dopo, però, aver aver cavato dalle tasche due brioche alquanto malconce.

Fu Irene, a quel punto, davanti all'espressione sinceramente mortificata di lui, a scoppiare a ridere.

Quel caffè fu il primo di tanti altri religiosamente consumati sulle scale, che era diventato per entrambi un rito, una scaramanzia di buon inizio giornata.
E col caffè il racconto ad episodi delle proprie vite.
Principalmente  era Alejandro che raccontava di sé: il suo amore per il cinema lo aveva condotto in Italia dove s'era laureato e dove sperava d'intraprendere la carriera di regista, anche se al momento i suoi sogni di gloria erano tutti in stand by, subordinati ad esigenze più immediate.

- Amo l'Italia, - le aveva detto una volta - una terra bellissima e dolorante, proprio come te, Irene. Non racconti nulla della tua vita, ma non hai bisogno di parole, sono i tuoi occhi a parlare. Quei tuoi fantastici occhi dove la luce si riflette ma non splende. E poi i tuoi silenzi...nessuna voce racconta più di un silenzio: le parole possono depistare, i silenzi no -

Lei non aveva risposto, ma si capiva che stava lottando contro le lacrime.

CAPITOLO 3
..ma al destino non si sfugge, come a quell'ipotesi di sentimento che andava sempre più fortificando, quello stesso a cui Irene con tanta cura nel corso della vita s'era negata.
E nel caso specifico, poi, tanti di più erano  i motivi per cui tirarsi ancora una volta indietro per recidere con decisione il groviglio emozionale nel quale sempre più si dibatteva.
Per non cedere s'era appellata a tutte le ragioni della logica e del buon senso, in primis il divario generazionale dell'età: Alejandro poteva essere suo figlio, anche se lei madre non era mai stata e mai lo sarebbe diventata, perché anche in questo campo gli anni non erano più dalla sua parte.

Sono in ritardo su ogni tipo d'amore, e farei bene a continuare a considerarlo, come ho fatto fino ad ora, una faccenda chiusa, Per il mio stesso bene.

E la mano, come d'abitudine, andava a sfiorare la grossa cicatrice che le attraversava il torace.
Non era un contatto facile, quello, a cui lei però stoicamente non si sottraeva.
La grossolana dentellatura di quella ferita rappresentava la prova materiale della sua sopravvivenza.
Sopravvivenza, appunto. E niente altro.

Una donna in bianco e nero, così una volta l'aveva definita Alejandro.

Il perché lei non glielo aveva chiesto, ma dopo era rimasta ad elucubrare sul significato possibile di quella frase. Non glielo aveva chiesto per paura che trapelasse, da parte di lui, una qualche negatività nei suoi confronti. Sapeva bene di non essere una frequentazione facile, di non parlare molto e di essere sempre sulla difensiva. Ridere, però, con lui le riusciva facile. Ridere in quel modo complice era come fare l'amore. Avrebbe voluto dirglielo che lei non rideva con chiunque (una volta, durante la sua vita coniugale, una risata inopportuna le aveva fruttato un bel po di botte, da allora non s'era più arrischiata a ridere, attendeva che lo facesse prima lui, una specie di segnale di via libera con cui gli veniva concessa la partecipazione), ma con Alejandro era piacevole lasciarsi andare. Ridere con lui non era liberatorio  ma genuina spensieratezza. Ogni risata, per lei, equivaleva ad un bacio
 Lo aveva baciato nel suo cuore tutte le volte che l'aveva fatta ridere: ma questo non poteva dirglielo.
Una cosa impossibile da capire a chi bacia solo con la bocca.

...eppoi, invece, era accaduto. Un bacio vero. Un bacio di labbra.

- Un bacio da film -
S'era schernita Irene.

- Un bacio da innamorati -
Aveva ribadito Alejandro


...ma al destino non si sfugge, quel destino, nella visione delle amiche, desolante verso cui lei si stava incamminando con l'incoscienza e la spavalderia di un'adolescente, partendo per di più con lo svantaggio incolmabile di quell'enorme differenza di anni. Nulla di male se la vivi come un'avventura, ma non innamorartene. Soffrirai di nuovo e, stavolta, te la saresti proprio cercata. Sei ancora molto bella, ma gli anni passano, non sprecarli dietro un amore con scadenza a breve termine. Ti ritroverai di nuovo sola.

Ma come far capire loro che quell'amore l'aveva scongelata nell'anima, scaldata nei sensi, consolata  nella testa.
Restituita nuova, non al giudizio del mondo, ma a quello di se stessa.
Che non le importava della solitudine futura se il presente era fatto di risate e di baci.
Che poi di baci c'era stato solo quello, ma ce ne sarebbero potuti essere altri, anche se fortemente dubitava di riuscire ad andare oltre, a trovare il coraggio di mostrare nudi il suo corpo e il suo cuore martoriati.
Perché corpo e cuore erano indivisibili, così strettamente uniti dalla cerniera lampo della cicatrice.

E lui era così giovane, affamato di tutte le cose belle che la vita, a piene mani, gli andava offrendo, mentre lei, invece, avrebbe rappresentato solo la testimonianza di una realtà crudele.
Quel lato oscuro dell'amore, che amore non è.
Così tra tutte quelle cose belle a lui riservate,  lei sarebbe emersa come la bruttura, la deformazione, la cicatrice, il dolore, E questo non voleva che accadesse.
Si sarebbe tirata indietro affinché Alejandro la ricordasse come la misteriosa donna in bianco e nero incontrata in un pomeriggio di pioggia e che gli aveva donato quell'unico bacio che aveva dentro, però, tutti i colori dell'amore.

Quella mattina, attraverso la porta chiusa, lo aveva definitivamente respinto: non posso, perdonami.
Era riuscita a pronunciare quell'addio con gli asciutti e la voce ferma, anche se dentro tremava.

Non lo sai, ma  ti ho baciato nel mio cuore tutte le volte che mi hai fatto ridere. Non te l'ho mai detto perché è una cosa impossibile da capire per chi bacia solo con la bocca
Avrebbe voluto dirgli anche questo.
Ma non glielo disse.

venerdì 22 luglio 2016

Biografia di una sognatrice di talento


CAPITOLO 1
Come per migliaia di altre storie anche questa di Delia nasce per fortuito caso dalla distrazione di una virgola che avrebbe dovuto, invece, all'interno di una corretta punteggiatura,  esser punto.
O meglio, quella virgola, in origine, era un punto nato con un sottile sbafo che fuoriusciva dal rigo, ingannevole alla vista, così da esser scambiato per una virgola, segno ortografico che anziché chiudere un discorso lo prosegue.
Senza quello sbafo, sarebbe potuta essere, questa di Delia, una storia da raccontarsi in un unico paragrafo, senza punto a capo né asterischi di richiamo.
Una biografia coincisa, dal nastro rosa annunciante la sua nascita al serto dei lillà annuncianti la sua morte, e incastonata fra i due eventi una storia di rose e di spine, così come ce ne sono, appunto, altre migliaia.
... se non ci fosse stato, a farla emergere, quel punto col codino.

Delia era nata graziosa, armoniosa e minuta, ma potente sognatrice.
E, in questo, talentuosa.

I suoi sogni li ricamava all'uncinetto, preziosi capolavori amanuensi di pazienza e dedizione, che un giorno andarono ad adornare l'altare maggiore dell'antica basilica della piccola città dove viveva, come ex voto a Sant'Anna Madre della Vergine Maria, come ringraziamento per averla miracolata, poco più che adolescente, da una meningite fulminante.
Ed è proprio nell'estremità ricurva dell'uncinetto che materialmente si può constatare la trasformazione del punto in virgola, che altrimenti la storia, se non ci fosse stato quell'uncino, si sarebbe subito chiusa con null'altro da raccontare.
Ma il miracolo, decretato all'unisono dalle eminenze religiose e da quelle scientifiche, per una volta tanto straordinariamente concordanti, aveva permesso il prosieguo della storia trasformando la fine in un inizio, con la realizzazione di una candida tovaglia impreziosita dalle balze multiple di finissimo merletto simile ad un respiro di nube posto sotto i piedini scalzi della statua di Sant'Anna, cosicché quasi ci si aspettava di vederla involarsi, da un momento all'altro, verso il  lucernario per raggiungere il cielo.

Il candore fosforescente del prezioso merletto, esaltato dalla luce solenne dei lampadari e dal bagliore delle centinaia di candele accese, non passò inosservato agli occhi della giovane sposa genuflessa ai piedi dell'altare, incantata dalla trama del complicato, perfettissimo arabesco, al paragone del quale il lussuoso pizzo del suo velo pareva assai modesto e dozzinale. .
Quali mani, se non quella di una fata, o di un angelo, avevano potuto realizzare un simile capolavoro?

Questo punto interrogativo. che se lo immaginiamo capovolto ci possiamo ravvedere l'estremità ricurva dell'uncinetto, e di nuovo a ribadire la metafora del punto trasformato in virgola, ad aggiungere capitoli alla storia di Delia che nel frattempo, grata di questa sua resurrezione, andava valutando l'ipotesi di una vita monastica, nonostante il parere contrario dei genitori che vivevano l'idea della loro unica figlia come la scelta inconsapevole di una morte, seppur sotto altra forma.
Non meno dolorosa, per loro, di quella che sarebbe stata per meningite, e con l'aggravante aggiuntiva di non aver fatto nulla per scongiurarla, avendo anche le mani legate e le bocche imbavagliate dal recente miracolo, che sarebbe stato un paradosso pregare la stessa Sant'Anna di attenuare, a loro egoistico vantaggio, quello di un ripensamento.
Si peccherebbe d'ingratitudine.
Peccato mortale per le persone dabbene.

...se non fosse che anche lo scampare, grazie ad un miracolo, alla morte per meningite e deliberatamente scegliere la morte claustrale, anche questa è ingratitudine!
Imperdonabile mancanza di rispetto verso la Santa che pur, generosamente, s'è prodigata di non chiamarla a sé.

Ecco finalmente l'appiglio che s'andava cercando, l'argomentazione per far valere le proprie ragioni senza venir tacciati d'ingratitudine nei confronti della divina artefice della restituzione in vita di quell'adorata, unica  figlia.

E  così nella sovrabbondanza dei puntini sospensivi che gravano sul destino di Delia, prepotente emerge questo punto esclamativo, che qui si pone soprattutto come affermativo di una solida verità circostanziale, enunciante un sofisma impossibile da controbattere.
Quel punto interrogativo che paradossalmente avrebbe potuto sollecitare un interrogativo.
E cambiare i destini della storia.

CAPITOLO 2
Ma non era stato quel sofisma a far ricredere Delia sulla bontà della sua vocazione monastica piuttosto la vista dell'altare maggiore spogliato del suo splendido merletto, al cui posto ora campeggiava una tovaglia molto bella, ma non così bella come quella da lei confezionata.
Quella sostituzione l'aveva profondamente umiliata. 
Il suo lino, dunque, non era più ritenuto degno da meritare il posto d'onore?
In quel piccolo capolavoro all'uncinetto, Delia aveva profuso tutta la devozione della sua anima ancora giovane ed incorrotta, in gloria di S. Anna che l'aveva strappata alla morte, regalando alla Santa, elaborati nei fili della seta, i suoi sogni ancora vergini, ancora tutti intatti: quelli di una bambina che immagina la vita  come un prato colmo di margherite e un cielo aleggiante di farfalle.
 Seppur Delia nel lungo periodo della convalescenza si era ritrovata ad esplorare prati aridi e cieli desolati, e la sua visione della vita s'era andata evolvendo in immagini sempre più in chiaroscuro, dopo aver visto il cielo diventare all'improvviso buio e gravarle addosso così pesante da farla sprofondare in quel suo minuscolo prato di margherite, aveva voluto regalare alla Santa il suo ultimo sogno infantile, quello col quale s'era addormentata prima che il coma trasformasse quel paesaggio fiabesco in apocalittico.
Per un anno intero s'era dedicata a tessere all'uncinetto quella splendida tovaglia, un capolavoro liberty tempestato di ghirigori, motivi floreali e minuzie d'arabesco: un lavoro minuto, certosino, da esperto maestro orafo anziché da apprendista merlettaia.
Ci si era consumata gli occhi su quella trama così elaborata, che pur sembrava avesse riscosso enorme apprezzamento, cosicché più che giustificata era la sua delusione per quella inaspettata rimozione.

Attenta, Delia, stai peccando di superbia e vanagloria.
Ripeteva a se stessa per ridimensionare l'accaduto e renderselo meno amaro, convenendo che comunque di una spiegazione aveva pur bisogno tanto per mettersi il cuore in pace e chissà, forse, trarne perfino motivo di gioia.
Così rasserenata, Delia, varcò la soglia della basilica ben disposta ad accettare quelle motivazioni che lei, preventivamente, immaginava giuste e indiscutibili.

Il sacerdote, ancora vestito coi paramenti della messa appena terminata, dava mostra di essere di gran fretta e non troppo contento della presenza della piccola, riccioluta Delia che, con un sorriso timido, gli andava chiedendo, appunto, spiegazioni riguardo la destinazione ultima del suo ex voto.

- Un dono, una volta dato, non ci appartiene più, e quel che se ne fa non ci riguarda -
Borbottò, quello, senza neppure guardarla in faccia.

- Ma io non lo rivoglio indietro, vorrei solo sapere perché non è più al suo posto -
Obiettò lei davvero sorpresa di quel modo di fare che mai si sarebbe aspettata.

- Il suo posto...il suo posto. Chi lo ha deciso che quello fosse il suo posto? Tu? Pecchi di superbia a pensarla in questo modo, e oltraggi la Santa che pur ti ha miracolata. Per quanto bello quel tuo lino è pur sempre e solo un oggetto, una cosa a cui tu, stoltamente, stai attribuendo valore di sacralità.  -
Il tono di voce del sacerdote oscillava tra il perentorio ed il rancoroso, di quelli che non ammettono repliche, e che la spiegazione la si accetti o meno, quella è. E basta -

Delia, sentendosi profondamente umiliata e volutamente fraintesa (di questo era certa, che il prete le si era dimostrato da subito ostile) aveva desistito dall'esigere quelle spiegazioni che, comunque, aveva capito non le sarebbero state date, s'accingeva a lasciar la basilica, quando una donna, una sconosciuta, con il capo velato, materializzandosi dall'ombra, le si era affiancata e con voce bassa, ma chiarissima, le aveva detto: io so come sono andate le cose.

- Il tuo ex voto è stato venduto a una giovane, facoltosa signora, che proprio il giorno delle sue nozze adornava l'altare maggiore. Se ne è innamorata e, sborsando una cifra generosissima, lo ha comprato. La storia è tutta qui. Trai tu le conclusioni...Delia -

A sentir pronunciare il suo nome, Delia, istintivamente aveva alzato gli occhi a penetrare il cono d'ombra che nascondeva il volto della donna, ma quello che riuscì a vedere furono solo due occhi scuri e una fronte candida.

- Mi conosci? -
Aveva chiesto stupita

- Ti conosco, Delia, e so quanto è grande e puro il tuo cuore. Per questo ho voluto tu sapessi la verità e, sulla base di questa, valutassi le scelte per il tuo futuro. Le tue mani sanno tessere sogni e questo è un dono di cui dovrebbe gioirne il mondo intero e non essere appannaggio esclusivo di nessuno, neppure di una santa. Le cose belle devono appartenere a tutti e non solo ha chi ha potere e denaro. La tua stessa storia lo dimostra. Il tuo ex voto dalla penombra della basilica s'è involato nell'ombra ancora più impenetrabile di una stanza privata, forse ad adornare un tavolo di pregio o la testiera antica di un letto. Per impedire che questo accada di nuovo, Delia, devi spargere la tua arte, come fosse seme di margherita, ai quattro angoli del mondo, affinché prolifichi anche nei terreni più aridi, laddove c'è troppo o niente sole. Distribuiscila a piene mani, perché è della bellezza che il mondo necessita. Fanne soprattutto dono agli emarginati, ai disperati, ai naufraghi: sono loro che hanno più bisogno della bellezza della tua arte per avere la possibilità di una resurrezione. Sarai viaggiatrice instancabile, nomade quando occorre, cittadina del mondo, avanguardia degli invisibili. E' nell'aria aperta che prolificano i pollini che ingravidano la terra, e non dentro la cella chiusa di un convento Entrambe abbiamo un compito d'assolvere a cui non possiamo sottrarci: il mio è quello di resuscitare i morti, il tuo di resuscitare i vivi. E il tuo, Delia, è senz'altro il più difficile -

PUNTO FINALE
Punto finale a sancire la conclusione della storia, dopo questo inaspettato, ed alquanto rivoluzionario suggerimento, impartito in modalità viva voce, da Sant'Anna (che scopriamo esser donna emancipata, pragmatica ed anticonformista) alla giovane Delia, che l'ascolta stupita, lusingata dagli apprezzamenti ed emozionata da tutta quest'attenzione a lei benignamente riservata quasi a volerla risarcire dall'odiosa, e niente affatto cristiana, grettezza, dimostrata dal prete pusillanime, che pur ha fatto mercimonio di un bene che non gli apparteneva e trasformato un luogo sacro in un bazar (episodio, questo, che si ripete spesso nelle cronache della Chiesa, del passato come in quelle del presente).
Così, sovente accade che ai guai causati da un uomo sia una donna a porvi rimedio.
E non è forse ciò che è accaduto anche in questa storia?

INCISO A PIE' PAGINA
Delia ha seguito il consiglio di Sant'Anna, i suoi merletti, ambiti capolavori in seta, adornano chiese, musei, i palazzi reali e quelli statali, vestono regine, rock star e madonne, e per queste sue opere l'artista sempre chiede il pagamento in mattoni, per costruire case per gli orfani, ospizi per i vecchi, strutture di accoglienza per gli emarginati, i disperati e i naufraghi, perché sono quelli, nel vasto mondo, che più necessitano della bellezza della sua arte, per avere la possibilità di una resurrezione.
...perché la speranza, per sopravvivere, ha bisogno del riparo di un tetto e di un pasto caldo.

mercoledì 9 marzo 2016

HeyJoe




Camminavano vicini, HeyJoe e Mattew, sulla strada a quell'ora deserta, inondata dal sole.
Mattew indossava un cappellino dei Chicago Bulls, scolorito e troppo grande per la sua testa, e in bilico sul naso, occhiali Ray Ban, dietro cui scompariva metà della faccia.
HeyJoe, il gatto di casa, lo seguiva trotterellando, adattando il suo passo a quello di Mattew.

Sulla strada non c'era anima viva, cosicché i due camminavano, all'apparenza fieramente spavaldi, proprio al suo centro, entrambi con l'aria agguerrita di chi è pronto a sfidare il mondo.
Mattew, in verità, ogni tanto si voltava indietro come chi teme, o spera, di esser seguito, e forse si sarebbe potuta leggere una certa delusione nei suoi occhi, semmai fosse stato possibile catturarne lo sguardo, realizzando che non c'erano altri, nel raggio di mille miglia, oltre lui e EhyJoe.
E allora accelerava il passo guardando dritto davanti a sé e, se non fosse stato per il sussulto del  pomo d'adamo a smentire il cipiglio fiero, si sarebbe potuto immaginare che nella sua piccola persona fosse incorso una strenua lotta per ricacciare indietro le lacrime.
Oltretutto, per esperienza personale, Mattew sapeva che le lacrime ingarbugliano la vista, danno origine a miraggi, materializzano fantasmi, e rendono baluginante ed impraticabile anche la strada più sicura, meglio, quindi, evitarle.
Calcò la visiera del cappello ancor più sugli occhi, ben determinato a percorrere tutto il sentiero fino alla sua fine e, seppur non ne conosceva l'estensione, immaginava che prima o poi una fine ci sarebbe stata,
Non gli importava quante ore, quanti giorni, quanti mesi, o addirittura anni, ci avrebbe messo  a raggiungere quella meta di cui nulla sapeva ma fantasticava favolosa, anzi di più, miracolosa, che di tempo ne aveva, una vita ancora tutta intera, seppur sbocconcellata, qua e la, come una mela acerba assaggiata prima della maturazione.

EhyJoe lo seguiva paziente, anche se avrebbe preferito continuare la siesta nella frescura del patio, al riparo del sole e dall'abbaiare dei cani che, quel pomeriggio, s'erano rivelati più molesti del solito, in aggiunta ad uno straordinario, inspiegabile, viavai di amici e parenti che, a quanto gli era dato sapere, non era domenica né altra festa, nessun barbecue a sfrigolare allegramente in cortile, nessuna festosa baldoria di tavoli apparecchiati.
Eppoi il comportamento stravagante di Mattew, apparso d'improvviso sulla soglia, con quel cappello  e gli occhiali troppo grandi, in fuga da chissà chi o chissà cosa, e nessun invito a seguirlo, per la prima volta deliberatamente ignorato, lasciato fuori da quella nuova, misteriosa avventura, cosicché s'era sentito in dovere di seguirlo per sincerarsi che non si sarebbe cacciato in guai troppo seri.
Nei guai ci si finiva in due, mai da soli: questo il patto stabilito che EhyJoe non avrebbe mai violato.
Mattew lo aveva protetto in più di un occasione, anzi, a dirla tutta, s'era assunto spesso la responsabilità della sua irruenza felina, finendo tante volte in punizione al posto suo.
D'altra parte, EhyJoe, il suo amico non lo avrebbe mollato per nulla al mondo, e scontare il castigo in due s'era rivelato non esser poi così tanto male.
Correva veloce Mattew, ma lui non ci aveva messo molto a raggiungerlo e silenziosamente s'era posto al suo fianco: qualunque cosa stesse accadendo lui ci sarebbe stato.

I due procedevano affiancati lungo la strada calda e deserta: Mattew concentrato sul suo misterioso problema, HeyJoe,  attento e quieto complice.
...poi, a rompere tutto quel silenzio, il rumore affannato del motore dell'auto del papà di Mattew, che sembrava sempre sul punto di tirar le cuoia, ma alla parola "rottamazione", ecco che magicamente ripartiva alla grande, sicché "rottamazione" aveva assunto per Mattew la stessa valenza dell' abracadabra e dell' apriti sesamo delle fiabe.
"Rottamazione", di certo  doveva essere una parola magica se era in grado di resuscitare un auto che è solo metallo, per di più sprovvisto di udito, avrebbe potuto compiere lo stesso miracolo nei confronti del nonno.
Che stupido, pensò Mattew, cercar lontano una soluzione quando, invece, era così a portata di mano.
"Rottamazione", pronunciata a voce alta e con convincimento, avrebbe restituito la vita al nonno.
"Rottamazione" era l'espediente che avrebbe potuto risolvere ogni cosa.
Perché nessuno, nemmeno il papà, ci aveva pensato?

- Ciao Mattew -
- Ciao papà -
-Vedo che indossi il berretto e gli occhiali del nonno: ottimo. Sono entrambi utili a contrastare il caldo, e oggi ce n'è a sufficienza per tutto il resto dell'anno. Sei diretto in qualche luogo preciso? Lo vuoi un passaggio? Credo che HeyJoe lo accetterebbe volentieri visto che lui è sprovvisto di  cappellino ed occhiali e la strada sembra bella calda -
- HeyJoe, se vuole, può accettarlo il tuo passaggio -
- Dubito che lo faccia senza di te. -
- Faccia quello che vuole -
- Beh, non sei generoso nei suoi confronti. Lui si è rivelato essere un buon amico per te, ti vuole bene, ed anche ora te lo sta dimostrando. Che ti sta accadendo, Mattew? -
- Il nonno mi voleva bene, ma tu l'hai lasciato morire. Sono sicuro che morirà anche HeyJoe, e tu non farai nulla nemmeno per lui. Tu vuoi bene solo a questa tua stupidissima macchina -

In preda alla violenza della propria emozione, Mattew iniziò a sferrar calci alla portiera dell'auto.
I calci non erano lacrime ma sortivano lo stesso effetto di svuotamento.
Di sfinimento.
...per ritrovarsi, alla fine esausto, senza più rabbia, tra le braccia del padre.

- Perché non l'hai pronunciata anche per il nonno la parola magica con la quale riesci a far ripartire la tua auto?  "Rottamazione": e il nonno non sarebbe morto -
- Mattew, nessuna formula avrebbe riportato in vita il nonno. Se fosse stato possibile pensi che non l'avrei fatto?  "Rottamazione" con la nostra auto funziona perché è un gioco che ho inventato io per farti ridere. Ti ricordi la prima volta che l'ho pronunciata? La macchina stentava a mettersi in moto ed io, per sollecitarla, ho detto "rottamazione" e lei è subito ripartita. Quella è stata pura fatalità, ma dal momento che la cosa ti ha così tanto divertito io l'ho trasformata in un gioco. Ero io a togliere giri al motore per poi farlo di nuovo ingranare. Sapevo che tu aspettavi il momento delle bizze dell'auto e della mia collera divertita. "Rottamazione" io la pronunciavo a voce alta ed in tono perentorio, e so che anche tu, dal sedile posteriore, la sussurravi. Vedevo, dallo specchietto, le tue labbra muoversi e subito dopo avveniva la magia, e tu scoppiavi a ridere. Non ha nulla che non va la nostra macchina: era solo uno scherzo. Volevo bene al nonno, Mattew , quanto gliene volevi tu. Lui era mio padre. Abbiamo fatto tante cose insieme, esattamente come facciamo noi. Ecco, solo che a me non ha mai potuto regalare un gatto come HeyJoe, perché nel condominio dove abitavamo era vietato tenere animali. Ma sai una cosa? Credo che anche a me avrebbe suggerito di chiamarlo HeyJoe, ed io lo avrei accontentato. E' proprio un bel nome, sai? Eppoi c'è tutta una storia su quel nome. Se vuoi te la racconto. Lo avrebbe fatto anche il nonno, ma non ne ha avuto il tempo. Voleva solo aspettare che tu fossi un pochino più grande per apprezzare davvero questo suo regalo -

Il papà, Mattew ed HeyJoe, s'erano intanto seduti nell'auto "chenonhanientechenonva", per trovare riparo dalla calura insopportabile e fare insieme il punto della situazione.
Oltreché ascoltare quella importante rivelazione che strettamente riguardava HeyJoe e il nonno.

- Non voglio illuderti, Mattew, il nonno è andato via per sempre o, almeno, fino al giorno in cui non ci sarà dato incontrarlo di nuovo. Sentirai la sua mancanza e farà male. Ma questo star  male ti farà crescere e diventerai più forte. Ci saranno, nel corso degli anni futuri, altre assenze nella tua vita, e nessuna formula magica ad impedire che avvengano. Ma nessuno di chi ti ha voluto bene andrà mai via senza lasciarti nulla che te lo ricordi, un pezzettino tangibile di quell'amore così grande che niente e nessuno potrà mai toglierti. E' tutto chiaro fin qui, Mattew? -

- Non è giusto però, papà, che le persone che ci vogliono bene debbano morire. Questa proprio non la capisco. Sono quelli cattivi che dovrebbero morire, non il nonno -
- Si deve morire per far spazio agli altri che arriveranno dopo di noi. Però a tutti è dato il tempo sufficiente per gioire, amare, entusiasmarsi e condividere. E questa è una gran cosa, Mattew, davvero una magnifica possibilità. E il nonno l'ha sfruttata tutta e al meglio. Dobbiamo impegnarci a farlo anche noi. Insomma, è questo il compito che ci è stato assegnato: essere felici e far felici chi amiamo. E tu, Mattew, lo stai facendo benissimo. Fai felice un sacco di gente: me, la mamma, gli zii, la maestra, i tuoi compagni di scuola, davvero tante persone. E poi anche HeyJoe. Non t'importa più di lui? -

 Sentendosi tirato in ballo, HeyJoe s'era prodigato a dare il suo contributo in fusa, affettuose e dolenti al contempo. Fusa misurate, così come il momento richiedeva, ma partecipate e solidali, che quel lutto aveva colpito anche lui. Era stato proprio il nonno, in un tardo pomeriggio autunnale, a raccogliere il cucciolo, bagnato ed affamato, che vagava impaurito sotto la pioggia battente, lungo quella stessa strada dove ora erano parcheggiati.
- HeyJoe, dove te ne vai? Scommetto che con questo tempaccio un passaggio lo accetti volentieri. Dai, salta su -
Il nonno aveva spalancato la portiera della sua auto e quella della sua vita: HeyJoe era salito a bordo e non ne era più disceso.

- Sai, Mattew, HeyJoe avrebbe potuto chiamarsi con mille altri nomi, sarebbe sempre stato un gatto magnifico come lo è ora, ma il nonno ha voluto renderlo unico omaggiandolo di un nome strano e che forse nessun'altro in tutto il mondo possiede. Il nonno diceva che il nome, nella vita di ognuno di noi, riveste un'importanza fondamentale poiché sarà quello che ci  porteremo dietro per tutta la vita, con cui verremo identificati. Amati o odiati, amava aggiungere poi con grande saggezza. Hey Joe è il titolo di una canzone che il nonno amava molto e Jimi Hendrix il nome del cantante che l'ha resa famosa. Il nonno era un fan appassionato di Hendrix, aveva tutti i suoi dischi e, quando poteva, non si perdeva un concerto. Una volta lui e Jimi si sono perfino parlati...non una vera conversazione piuttosto uno scambio di sorrisi, come avviene quando si ha un' intesa e non c'è bisogno di parole. Il nonno, non trovando i biglietti per assistere all'esibizione del suo idolo, s'era fatto assumere come uomo delle pulizie nel locale dove Hendrix si sarebbe esibito, e dopo che il concerto ebbe termine, e il locale s'era svuotato, il nonno aveva iniziato a dar entusiasticamente di ramazza sotto il palchetto dove s'era svolta l'esibizione canticchiando "Hey Joe", quando una voce s'era aggiunta a fargli da contro canto e, indovina un po di chi era quelle voce? Proprio quella del grande Hendrix che era tornato a riprendersi la sua Fender Stratocaster, la sua leggendaria chitarra elettrica. Hendrix sul palco, e il nonno sotto, che cantano insieme "Hey Joe" e poi, Jimi che scende e gli sorride e gli dà una pacca sulla spalla e gli strizza l'occhio mentre s'allontana. Il nonno, se avesse avuto solo un pochino più di tempo per stare con te, ti avrebbe raccontato questa storia con la voce un po tremante, che dopo tanti anni ancora il ricordo lo emozionava. E così svelato il mistero del nome di HeyJoe che avrebbe benissimo potuto chiamarsi Hendrix o Jimi, o in qualsiasi altro modo, ma pensaci Mattew, quanti al mondo tra felini e umani si chiamano Hendrix o Jimi? Un numero enorme. E quanti, invece, HeyJoe? Di HeyJoe sull'intero pianeta, puoi scommetterci, c'è solo lui, così come di Hendrix ce ne è stato uno solo, e di nonno anche, perché seppur siamo in tanti, e dobbiamo andarcene per far posto a tutti quelli che verranno, ognuno di noi è unico ed irripetibile. Il nonno diceva che il nome è un dettaglio importante perché è con quello che veniamo identificati, amati oppure odiati. Ma il nome da solo non basta, siamo noi che possiamo accrescerlo, nel corso della nostra vita, di gloria o di vergogna. Cosa ne pensi? Mi pare che sia una gran bella storia questa del nonno e di Hendrix, -

- E' una bella storia anche per HeyJoe, papà. Il nonno gli voleva bene. -
- Un gran bene, per questo te lo ha affidato, sapendo che tu ne avresti avuto particolare cura, proprio come avrebbe fatto egli stesso. Vedi, Mattew, il nonno, chiamando questo micino HeyJoe, ti ha regalato anche un pezzetto del suo cuore, quell'angolino dove, ancora dopo tanti anni, custodiva con intatta tenerezza l'emozione esclusiva di quel momento. Il nonno lo avrai sempre vicino, Mattew, se saprai custodire il suo ricordo in qualche parte del tuo cuore, anche se ora, e per tanto tempo ancora, sentirai insopportabile la sua mancanza. Non voglio ingannarti e dirti che sarà facile, ma fuggire non servirà a lenire quel dolore che possiamo, invece, condividere, e questo ci farà sentire meno soli e più forti. Tu che ne pensi, HeyJoe? -

Il gatto, acciambellato sulle gambe di Mattew, s'era limitato ad un neutro miagolio col quale si rimetteva alla decisione del padroncino: se occorreva l'avrebbe seguito fino in capo al mondo anche se così avrebbe dovuto rinunciare agli agi della casa, e a quelli del patio, su cui godeva l'indiscusso dominio. Ma, qualunque decisione avrebbe preso Mattew, lui l'avrebbe fatta sua.

Istintivamente la mano di Mattew era scesa ad accarezzare il collo di HeyJoe che, grato, lo andava ricambiando con leccatine e sottofondo di fusa. S'era attardata, la mano del bambino, nel folto pelo  del gatto, attingendone rassicurante calore. Quella nota di  rasserenante benessere che gli ricordava gli amorevoli abbracci della mamma, quando di notte un mostro si materializzava nel buio della sua stanza, e le sue dita premurose ad asciugar lacrime di delusione o attente a metter cerotti sulle ferite prodotte da giochi troppo esuberanti. Da HeyJoe emanava lo stesso confortante calore, lo stesso profumo di buono delle pareti di casa, dove era impresso l'odore di ognuno dei suoi abitanti: quello dolce della mamma: quello speziato del papà: quello di cuoio del nonno: quello di tana di HeyJoe. In nessun'altro luogo si sarebbe sentito, compreso e protetto, come fra le pareti di casa sua, perché il suo dolore era lo stesso identico che provavano le persone che più lo amavano. Amavano lui, amavano HeyJoe, avevano amato il nonno. ed avrebbero continuato ad amarlo anche ora che non c'era più. Non c'era  al mondo nessun altro luogo, come casa, dove poter sperare di guarire o almeno di sentire un po meno male di quello che ora provava. Eppoi la casa era ancora piena della presenza del nonno e lo sarebbe stata per sempre: era quello il suo posto. Non ce n'era di migliore in nessun'altra parte del mondo. Il papà aveva ragione.

- Torniamo a casa, papà. Torniamo a casa -

venerdì 2 ottobre 2015

Il primo abbraccio


CAPITOLO 1
La vita non era stata affatto generosa con loro due, e questa era la ragione unica per cui s'erano adeguati l'uno all'altra.
Ma questo non significava che si piacessero.
Il loro stare insieme era più dettato da una necessità di sopravvivenza dove il sentimento non c'entrava affatto, tant'è che in quelle giornate quando non occorreva dover fronteggiare le avversità del mondo, entrambi, pur senza dirselo, andavano valutando l'idea di proseguire separatamente.
Neppure lo stato di continua necessità aveva contribuito a trasformare quel loro fortuito, e strampalato legame, in qualcosa di più solido e cordiale, come un'amicizia.
Camminavano fianco a fianco limitandosi nelle parole, e nei contatti, allo stretto indispensabile.
 La gente si voltava, incuriosita, a guardarli: lei altissima, il mento a punta, sopra al quale si disegnava una bocca pallida, quasi incolore. Per contrasto gli occhi, invece, erano belli, scuri e grandi, occhi gitani, brillanti e velleitari, incastonati sotto una fronte bassa, rigidamente incorniciata da un foulard che le nascondeva completamente i capelli.
Lui, invece, era molto più basso, le arrivava a mala pena alla spalla. Il viso, però, era ancora bello, dai tratti regolari, una di quelle fisionomie che reca impresso il fulgore dell'adolescenza anche quando si è in là con gli anni. I capelli, incolti ed unti, conservavano nel grigio invasivo tenui striature di biondo. Gli occhi chiarissimi avevano però perso la loro tonalità turchina, declinando in un anonimo grigio.
Camminavano, come d'abitudine, l'uno di fianco all'altra, senza mai sfiorarsi, assorti nei propri pensieri, cosicché risultava difficile capire chi dei due fosse a stabilire il percorso.
Ad un più attendo sguardo, però, risultava evidente che lei aveva adeguato il suo passo a quello di lui, molto più breve e cauto.
Era il suo compagno, dunque, a decidere la strada.

"Lei si limita a seguirlo, che un posto vale l'altro, che in tanti anni di strada non ha mai trovato nessun luogo che rechi un conforto, un piccolo agio che induca a rimanere. Un muro di strada che si possa chiamar casa, con una fontanella nei paraggi dove dissetarsi e lavar via la stanchezza. E un bordo di marciapiede fiorito, cangiante durante le stagioni, che possa ricordare il davanzale di una finestra o lo slargo di un balconcino.
Questo il suo sogno segreto: un muro, un ciglio di strada ed una fontanella, circoscritti a lei sola, alle sue minime esigenze. A quel suo desiderio, mai sopito, di una vita stanziale."

Gli sguardi, al loro indirizzo, non erano meno dolorosi delle parole. La forza era nell'ignorarle. Forza acquisita con l'esperienza, che il primo insegnamento della strada consiste nel non accettare provocazioni, e fingere di non avere orecchi per non alimentare la crudeltà di chi non ha cuore. Così era stato per vincere la paura che s'erano ritrovati a camminare insieme, uniti da una comune sventura che non era tramutata, però, in sentimento, perché la loro diversità era evidente non solo agli occhi del mondo, ma ai loro stessi. Non avevano mai provato a raccontarsi le reciproche traversie, e nemmeno avrebbero saputo dire quanti chilometri avevano percorso insieme dal giorno in cui, per scampare ad una banda di balordi, s'erano ritrovati a correre sullo stesso marciapiede, travolti dalla stessa identica paura che li aveva portati a condividere l'anfratto che li aveva messi al sicuro.
Ognuno provvedeva alle proprie necessità senza pesare sull'altro, senza mai chiedere nulla, che il secondo insegnamento della strada è quello di fare affidamento sempre e solo su se stessi. Mai perdere dunque la propria indipendenza, anche quando si è in due, che il rischio maggiore è quello di abbassar la guardia e trovarsi d'improvviso nei pasticci.

"Fidarsi, per lui, non è affatto facile. Soprattutto delle donne. E si che ne ha avute, e di molto belle, nella sua altra vita, ed è stata proprio una di loro a portarlo alla distruzione Senza rimpianti, vorrebbe aggiungere, ma non gli riesce, consapevole che sarebbe solo una scontata battuta da film. Di rimpianti ne ha, e molti, ma portarseli sulle spalle, come il carico di uno zaino troppo pesante e voluminoso,  che però non gli servirebbe. Non nella sua attuale vita. Di cosa abbisogna ora non saprebbe dirlo neppure lui, tante sono le cose che gli vengono in mente, e così, nella consapevolezza di un sogno irrealizzabile, le scarta tutte."

CAPITOLO 2
La terza regola della strada suggerisce di seguire il proprio istinto, che anni di vita all'aperto hanno affinato e reso sensibile all'estremo, come quello dei cani randagi in grado di subodorare il pericolo in agguato nell'apparente stato di quiete.
Anche i due compagni di strada, (che da questo momento in poi saranno John e Mary) avevano col tempo acquisito, e perfezionato, ognuno a proprio modo, le tattiche essenziali di sopravvivenza, quali l'invisibilità e il mimetismo.

A dire il vero, a Mary, queste strategie primarie le erano state da subito precluse, che la sua altezza da giraffa la evidenziava tra la folla attirando su di sé tutti gli sguardi, costringendola a spostarsi più cautamente di notte, quando il mondo dorme e le strade sono meno frequentate.
Ma le strade deserte non sono di certo più sicure, e se si sentiva protetta dalla curiosità della folla diurna non poteva altrettanto esserlo da quella notturna, soprattutto nelle notti di luna piena quando anche gli agnelli si trasformano in lupi mannari. Così s'era premunita, come arma di estrema difesa, di una piccola lama, seppur mezza spuntata, che teneva ben nascosta nella profondità di una tasca.
La quarta regola della strada insegna, infatti, ad elargire avaramente la propria fiducia, che sovente accade che lo stesso col quale durante il giorno hai condiviso il cibo, quando cala il buio, poi, ti derubi dei tuoi miseri averi.

Al contrario di Mary, John, invece, le tattiche del mimetismo e dell'invisibilità, le aveva elevate ai massimi livelli, che avrebbe ben saputo insegnare agli strateghi della guerra il segreto dei gechi e dei camaleonti, o quelli più arcani dell'invisibilità, ad onor del vero, favorito in questo da quella sua fisicità minima e col tempo divenuta anche incolore, che ben s'apprestava all'amalgama col selciato e i muri e le nebbie mattutine. L'arte della mimetizzazione lo aveva salvato in più di una situazione. Per questo preferiva viaggiar solo che non tutti erano, al par di lui, in questo geniali. E in particolare questa sua compagna di strada, che svettava su tutti gli altri nella sua inopportuna altezza, costituiva per lui un pericolo serio e costante, Una vera disgrazia nascere così alti, soprattutto per una donna, s'era ritrovato più volte a pensare, finalmente rappacificato con la sua bassa statura, che un qualche centimetro in più in altezza lo avrebbe, in tempi passati, desiderato, anche se, a dire il vero, questa non era mai stata d'ostacolo alla sua carriera di dongiovanni, che le donne erano ipnotizzate dai suoi occhi turchini e attratte dal suo broncio d'adolescente.

In base alla quarta regola della strada, John, che di Mary nulla conosceva (neanche il colore dei capelli, celati dal foulard ), tanto meno era al corrente dell'esistenza di quel suo coltellino. La lama  che in più di un'occasione aveva fatto la differenza e che lei, egregiamente, aveva imparato ad usare.
Come la notte in cui un balordo, silenziosamente, era strisciato fin dentro il loro rifugio provvisorio, trovando ghiotta l'occasione di un facile bottino e di un veloce stupro, che la donna, pur essendo altissima, era pur sempre una femmina assoggettabile, come tutte le altre, dalla forza superiore maschile, e il nanerottolo che le camminava a fianco non costituiva di certo un ostacolo alla sua impresa. Oltretutto i due s'erano allocati negli angoli opposti e divisi da un tramezzo, con l'uomo già dormiva della grossa. La donna, invece, era di schiena, rivolta verso il muro, intenta a una qualche sua segreta operazione, al riparo dallo sguardo del suo compagno, semmai si fosse svegliato. Il che, pensò l'intruso, gli avrebbe reso tutto più facile, aggredendola alle spalle l'avrebbe colta di sorpresa togliendole ogni possibilità di reazione, e uno straccio, infilato in bocca, l'avrebbe azzittita. Non ci sarebbe stato neppure bisogno di tramortire l'uomo pesantemente addormentato, per non rischiare un  suo risveglio prematuro, o un qualsiasi trambusto, che potesse allertare la donna. Era strisciato così alle sue spalle, afferrandola con una mano per la vita e con l'altra cacciandole in bocca un fazzoletto, e contando sulla sorpresa non s'era aspettato alcuna reazione, tanto meno il baluginio di una lama spuntata d'incanto nelle mani della donna nell'attimo stesso in cui, s'era alzata in piedi, ergendosi in tutta la sua altezza disarcionandolo E s'era ritrovato a terra, con un coltello puntato alla gola. Invertite le parti era lei ora che conduceva il gioco. E il trambusto, in quello spazio minimo, aveva alla fine svegliato John che, ancora incredulo, s'era trovato davanti la  fantastica scena di un'amazzone scarmigliata, con la chioma tagliata a metà, che premeva un coltello  alla gola di uno sconosciuto.

CAPITOLO 3
- Cosa aspetti, vuoi aiutarmi o resti lì a guardare? -
Così Mary andava incitando l'incredulo John
- Legagli le mani a questo figlio di puttana. Legalo bene, che non si possa facilmente liberare. Usa la tua cinta che del foulard io ho bisogno. Dopo gli togliamo i vestiti. Portiamo via tutto, che i vermi in natura sono nudi. -

John la guardava trasognato, ubbidendo meccanicamente ai suoi ordini, incerto se fosse nel bel mezzo di un sogno o protagonista di un fatto di cronaca.
In quel determinato contesto Mary si muoveva agile, certa del fatto suo.
Ma ciò che più lo aveva colpito era stata la visione di quella sua gran chioma zingaresca, malamente sforbiciata, e del colore vivido del fuoco, che sembrava illuminare la penombra della stanza.
 Mary aveva raccolto gli abiti dell'uomo in un fagotto, muovendosi sicura, senza impaccio apparente.
- Nelle tasche frugheremo poi, con agio, quando saremo lontani da qui -
Così aveva stabilito mentre andava nascondendo, sotto il foulard da hippy, quella sua irruenta chioma tizianesca.

Avevano poi ripreso il cammino, fianco a fianco, nel loro consueto silenzio, alla ricerca di un rifugio dove trascorrere il tempo restante della notte.
Ma ora era lei che tracciava il percorso, con lui che la seguiva, adeguando i suoi passi a quelli della sua compagna.
Trovarono riparo in quello che doveva essere stato una volta un casolare, scegliendo ognuno il proprio angolo privato dove poter riprendere a sognare miraggi impossibili.
Al centro della stanza, dove Mary lo aveva depositato, troneggiava il fagotto degli abiti dell'uomo.
Una prova di fiducia? Si era ritrovato a domandarsi John.
Quel bottino apparteneva di diritto a Mary, poiché era lei ad averlo conquistato.
Ma lui avrebbe potuto tranquillamente impossessarsene,  mentre lei dormiva, senza contravvenire a nessuna legge del popolo della strada.
La quinta regola, infatti, suggerisce di non separarsi mai dai propri beni, soprattutto di non tenerli troppo in vista per non scatenare eventuali mire di possesso.
Una trappola, il bottino lasciato in bella vista? Andava congetturando, nel suo angolo insonne, John.
Si può fuggire inducendo l'altro alla fuga, motivandolo con argomenti irresistibili.
Un modo sottile per dire: prendi tutto e vattene.

Eppure lui che aveva, in quel periodo di strana convivenza, prospettato tante volte l'abbandono, ora non era più certo di voler proseguire da solo. Cercò d'immaginare se stesso girovagare senza la sua altissima compagna, e vide solo un'ombra confusa, invisibile prima ancora che agli occhi del mondo, ai suoi stessi. In qualche modo la vicinanza di Mary lo rendeva reale: materia, e non ammasso di particelle addensate nello spazio circoscritto del suo polveroso io.
Eppoi c'era stata la rivelazione di quei suoi capelli sfolgoranti come un sole sfarzoso, da sempre celati sotto il fazzoletto che ne occultava lo splendore.
Perché una donna nasconde ciò che, invece, la renderebbe unica?
E la risposta fin troppo facile: la visibilità.
Mary aveva dovuto rinunciare alla vanità femminile di quella sua chioma sontuosa, per rendersi il più invisibile possibile, che già in questo la sua altezza non l'aveva favorita, e lo splendore dei suoi  capelli di fiamma l'avrebbe maggiormente esposta allo sguardo invasivo del mondo.
Questo pensava John nel suo angolo insonne, trovando estremamente ingiusto il destino di quei capelli che sarebbero stati il tesoro più prezioso, ostentato da qualsiasi  altra donna, ma non da Mary, nata con un destino avverso e troppi centimetri d'altezza.
Andava destandosi in lui un irresistibile, sopito, desiderio di bellezza, poter immergere le dita in quella seta rossa e dimenticarsi, per un momento, del grigio del mondo.
Lui che aveva amato il femminino in tutte le sue sfumature, si sentì sconsolatamente triste per lei

Anche Mary non riusciva a dormire. La paura era stata tanta, sentiva ancora le mani dell'uomo brancicare su di lei, ed era stato un  miracolo che l'avesse colta nell'atto di tagliarsi i capelli, che il coltellino a portata di mano, non sempre nel momento del bisogno è così raggiungibile come sembra. Stavolta era stata fortunata, ma la prossima? Avrebbe voluto non pensarci, ma i fotogrammi della lotta, solitaria e silenziosa, che l'aveva vista protagonista, continuavano a materializzarsi nel buio ricchi di particolari come le sequenze di un thriller.
Disgusto, impotenza e solitudine, la pervasero.
Rannicchiata contro la parete finalmente pianse.

Quel singulto sommesso di animale braccato, unica eco nel silenzio desolante della notte, aveva raggiunto John, ancora desto nel suo cantuccio, intento ad analizzare quel suo nuovo sentire nei riguardi della sua compagna, D'istinto si alzò per raggiungerla e consolarla ma, dimentico della barriera (o trappola?) del fagotto posto al centro della stanza, vi inciampò contro rovinando rumorosamente  a terra.
Con un balzo, Mary, fu sopra di lui, tenendo bene in vista la sua piccola lama.
Ma lui fu più desto e gliela fece cadere di mano, eppoi fece qualcosa che lei non si aspettava: la strinse tra le braccia.
Un abbraccio forte, caldo, protettivo.
Un abbraccio silenzioso, che la trovò impreparata, ma che non respinse.

Fu quella una notte di confidenze, d'incontro e non di fuga, dove lei pianse tutte le sue lacrime represse e rise di tutte le cose buffe che lui le andava raccontando per asciugarle il pianto.
Fu quella una notte di rivelazioni, in cui lei gli fece il dono della sua bellezza, sciogliendo, solo per lui, i suoi meravigliosi capelli di fiamma.
In quel vivido rosso John immerse gioioso le dita, riscoprendo con  stupore in quella stanza notturna, i colori delle albe e dei tramonti, dei fiori e delle farfalle, della bellezza suprema del mondo che talvolta si è costretti a celare sotto un cencio perché non risplenda troppo e desti inopportuni desideri di possesso. E al diavolo tutte le strategie dell'invisibilità, che nella natura dell'uomo è vivere nella luce e non nell'ombra, anziché condannato al destino di preda o  predatore.
Tutti, infine, hanno diritto al sole, all'aria, alle stagioni, alla bellezza dell'esistenza e non solo alle sue disperazioni.

- Domani sarà un giorno di sole, te lo prometto. -
Sussurrò John a Mary, stringendola tra le braccia, prima di addormentarsi

sabato 9 maggio 2015

Venere

NASCITA DI VENERE
Era scivolata fuori dalla vagina con la fluidità di un pesce, mentre sua madre, immersa nell'acqua, stava facendo l'ennesimo bagno per combattere il caldo oppressivo, ed impensabile, in quel di febbraio.
La puerpera dormicchiava nell'acqua, placida come un balenottero, godendosi il beneficio, seppur temporaneo che quel bagno le offriva, che non avvertì la fuoriuscita uterina se non quando toccò con i piedi il corpicino.
La donna, paralizzata dallo stupore, rimase per un qualche tempo ancora immobile poi, riconquistata la lucidità, affannosamente si era data da fare per ripescare dal fondo della vasca il neonato, che sicuramente era morto annegato dal momento che lei non s'era neppura accorta d'averlo partorito.
Con infinita cautela seguì la gomena del cordone ombelicale affinchè la guidasse verso suo figlio, così da poterlo trarre in superficie per farlo respirare.

Quella che trasse dall'acqua era una creatura glabra, dalle trasparenze di medusa e quasi senza peso. Talmente minuta che stava tutta  in una mano.
Al contatto dell'aria emise un vagito disperato e furioso che sua madre chetò soltanto quando, stringendola al seno, scivolò di nuovo nell'acqua, in attesa di un aiuto esterno, che pur bisognava tagliare quel cordone ombelicale e lei non aveva niente con cui reciderlo.
Da li a poco sarebbe rientrato suo marito e così avebbe avuto anche il supporto dell'ostetrica.
A lei rimaneva poco da fare se non controllare il sesso del nascituro e che fosse, almeno fisicamente, ben formato.

Era una bimba, e così a lei s'affacciò l'ipotesi di chiamarla Venere, in virtù di quella sua nascita acquatica che, seppur sprovvista di conchiglia, ricordava quella della dea dell'amore.

Il prete si rifiutò di battezzarla col nome di Venere, trovando immorale porre il nome di una dea pagana ad una bimba cattolica.
Invano sua madre lottò per legittimare la sua scelta, che si trovò di fronte l'opposizione non solo del prete ma anche di tutta la famiglia.
Si optò allora per il doppio nome: Maria, come la nonna materna, e Assunta, come quella paterna.
Un compromesso che non le piacque affatto, a cui però dovette sottostare per amore di pace famigliare e sociale, che suo marito era un architetto molto stimato e la cui clientela, di certo benestante, frequentava regolarmente la messa della domenica, e non sia mai che al prete scappasse una omelia sulla blasfemia di certi nomi.

La piccina sarebbe stata per tutti Maria Assunta e solo per lei Venere.
Questo le fece amare ancora di più quel nome e la bimba che in segreto lo portava.


VITA DI UNA DEA
Erano trascorsi gli anni e la bambina non aveva dismesso il suo pallore di porcellana nè scurito il colore di quei suoi capelli, talmente chiari, da confondersi con l'aria.
La madre la vestiva di bianco e di celeste, o una nota di verde acqua per far risaltare quei suoi occhi ialini, la cui trasparenza rifletteva tutte le sfumature dell'aria e della luce.
Venere era diversa da tutte le sue coetanee, tra le quali spiccava come un raggio abbagliante ed etereo, quasi fosse un miraggio quella creatura fatta di sola luce.
Ma che proprio all'elemento luce, alla sua naturale crudezza. aveva mostrato fin da subito una particolare intolleranza, diventando estremamente nervosa, irascibile perfino, lei di carattere così dolce e accondiscendente.
E questa negatività s'era andata con gli anni consolidando, ma nessun dottore aveva saputo trarne spiegazione dal momento che non c'erano sintomi di alcuna patologia, e la bimba, avviandosi a breve all'adolescenza, cresceva conforme ai criteri stabiliti dalla moderna pediatria.
Questa avversione poteva banalmente imputarsi esclusivamente alla sua carnagione diafana e agli occhi chiarissimi,, che mal tolleravano un calore troppo intenso, ed una luce troppo vivida.
Per il resto era sana come un pesce.

Sua madre aveva però notato, senza per altro farne mai parola con nessuno, quasi che si trattasse anche questo di un segreto condiviso solo da loro due, che la ragazzina trascorreva lunghe ore distesa nella vasca da bagno, il volto sotto il pelo dell'acqua, e più di una volta l'aveva trovata immobile, come morta, e così lei, spaventata, urlava scuotendola freneticamente, per richiamarla in vita.
Ma ogni volta Venere riapriva gli occhi per fissarla con tono accusatore, come se le grida e lo scuotimento l'avessero brutalmente trascinata via da una sublime visione di magnificenza subacquea.
Allora, sentendosi in colpa, seppur non sapeva bene di cosa, la madre se la stringeva al seno vezzeggiandola, chiamandola col nome segreto, mentre tracciava un racconto parallelo tra la nascita marina della dea e quella sua stessa.
 Le narrava di quel febbraio incredibilmente caldo, di lei immersa nella vasca da bagno in stato di torpore e di quando, riacquistando coscienza, si era finalmente accorta della sua silenziosa nascita, e dello spavento inenarrabile provato nel crederla affogata, e della gioia infinita di quel primo vagito una volta che lei l'aveva restituita all'aria e alla luce.

Ho ancora paura quando ricordo quel momento.
Era questo il modo in cui finiva sempre il suo racconto, cercando per lo più una rassicurazione per se stessa, che Venere si limitava a guardarla in silenzio, con quel suo sguardo insondabile che sembrava emergere dal profondo insidioso di un oceano remoto.

LA DEA DEL CIELO. E QUELLA DELL'ACQUA.
Venere era il nome segreto con cui amava chiamarla sua madre, ma per il resto del mondo, quell'adolescente diafana ed introversa, si chiamava Maria Assunta, col nome doppio ereditato dalle nonne.
Lo stesso nome della madre di Dio, la dea cattolica ammantata d'azzurro e circonfusa di luce, che dimora in cielo tra le nuvole e gli angeli, vicinissima al sole.
Forse troppo vicina.
Una immagine insopportabile, che subito la sua pelle s'arrossava, e le labbra e le gote avvampavano in un fuoco immaginario, eppur così doloroso, che solo il contatto con l'acqua riusciva a lenire.

Sana come un pesce, avevano dichiarato i dottori.
Ma che ne sanno i dottori dell'universo dei pesci?

Venere s'era interrogata più volte a tal proposito, risultandole evidenti, e stridenti, le differenze tra il mondo terrestre e quello marino.
Così rumoroso e frastagliato il primo quanto silenzioso e compatto l'altro.
E lei, da sempre, s'era sentita appartenere all'universo buio e liquido dei pesci.
Il perchèé non l'avrebbe mai saputo spiegare: era così e non poteva farci nulla.

Sapeva che il sole mai avrebbe potuto penetrare oltre la superficie del mare, che anche l'onda più pigra l'avrebbe facilmente avuta vinta contro i suoi raggi più puntuti e più ardenti, stemperandoli in mero bagliore.
 Volentieri avrebbe così dimorato nei fondali più profondi per emergere solo al calar del sole ad illuminare la notte con le trasparenze crude della sua liscia pelle di medusa.

UN PAESAGGIO IMMAGINARIO
 Il paesaggio immaginario di Venere, quindi, non combaciava con quello reale di Maria Assunta.
Il rifugio della vasca, la sua culla preferita fin dall'infanzia, s'era nel tempo circoscritto alle pareti di vetro di un acquario, dove lei vi dimorava solitaria, come una dea irraggiungibile.
Ma l'acquario mai sarebbe tramutato in quel fondale marino che lei immaginava tappezzato da sontuosi tappeti di alghe dai colori autunnali, percorso dalle grandi praterie, baluginanti di verde e di marrone, di posidonia e zostera, incessantemente attraversate dalle inquiete colonie nomadi di plancton.
E lei, Venere, finalmente nel suo elemento naturale, avrebbe assunto le sembianze della medusa nutricula, l'unico essere immortale tra le creature del mare, del cielo e della terra.

L'acqua l'avrebbe resa dea, quanto il cielo, invece, l'aveva ridotta schiava.
Quel cielo implacabile che le incombeva addosso con le sue mille lame di luce, condannandola reclusa in una eterna penombra, acquattata sul fondo della vasca, sotto il pelo dell'acqua, come un animale che tenta di sfuggire al predatore, cancellando il proprio odore e le proprio tracce.

  DESTINI
Ma da quel fondale casalingo sua madre sempre l'avrebbe fatta riemergere, così come era stato fin dal suo primo giorno di vita, strappandola alla rassicurante frescura amniotica dell'acqua per restituirla alla luce.
Perché questo era nel destino di sua madre.

Il destino di Venere, invece, sarebbe stato  quello di rivivere in eterno l'attimo della sua nascita.
Lo stesso destino della medusa nutricula.