Il magico incantesimo delle parole sulle sue labbra e così anche l'assurdamente fantastico ha sembianza di un corpo e una dimora reale.

La dolcezza ipnotica della sua voce che sa raccontare con le pause e i silenzi, e gestire con maestria l'irruenza carnalissima delle immagini.

Sedurre, raccontando delle tumultuose e mutevoli umane passioni, di quando i desideri hanno seni di donna, occhi di tempesta e mani febbrili.

Stravolgere i teoremi, ingarbugliare le geometrie, contestare l' indubitale in una mirabolante apoteosi narrativa, pronta ad accettare la sfida di riuscire a catturare una stella fiammeggiante contro tutte quelle logiche che la stabiliscono inafferrabile, imprendibile.

Questa è la sua missione.

(L'affabulatrice - Amaranta)

giovedì 30 novembre 2017

Amanda e Jeremy


Amanda e Jeremy s'erano incontrati in una periferia romana dove lui s'era perso e lei gli aveva indicato la strada per tornare indietro, ma lui indietro poi non c'era tornato, preda dell'incantesimo istantaneo di quegli occhi da strega: e d'allora non s'erano più lasciati.
Amanda e Jeremy, così indivisibili che i loro nomi, perfino, venivano pronunciati come fossero uno solo, AmandaeJeremy, senza quel piccolo spazio che ne sanciva una loro seppur simbolica individualità.
Lei minuta, occhi grandi nel piccolo viso triangolare, e atteggiamenti da bad girl, ma solo all'apparenza, che dal suo Jeremy, talvolta, ce le buscava, e senza sconti.
Jeremy, fisico da giocatore di rugby e spettacolari capelli rossi, che in virtù di quel colpo di fulmine aveva ripudiato la sua verde Irlanda a favore di quella periferia romana inglobata nel cemento, laddove Amanda gli aveva rubato il cuore.
Un amore burrascoso, quello loro, ma che nessuno dei due aveva mai messo in discussione, anzi, se qualcuno obiettava dubbi sulla liceità dei comportamenti del suo Jeremy, Amanda scattava su come una serpe, gli occhi furiosi nel piccolo viso triangolare, pronta a difendere il suo uomo, e il suo amore, dai paladini del politically correct, che solo a lei sarebbe aspettato, in ogni caso, il diritto di dolersene.
Ad ogni modo nessuno s'era mai pronunciato, a tal riguardo, con accuse dirette verso Jeremy, che pure piaceva ai condomini, educato, gentile, sempre pronto ad aiutare.
Un gigante buono, tranne quelle volte che, complice un bicchiere di troppo, si lasciava sopraffare da quella sua bieca emotività.
E' che lei mi fa proprio incazzare.
Questa la sua sintetica giustificazione, data senza infingimento, con aria di vera innocenza e con tutti gli accenti sbagliati, che della lingua italiana aveva imparato bene solo le parolacce.
Che Amanda e Jeremy si amassero, però, era fuori discussione, come attestavano, con un sorriso ironico e colmo di sottintesi, i vicini, testimoni delle esplosioni di rabbia quanto di quelle d'amore.
Che quelli si erano proprio fuochi d'artificio, che un po di discrezione non sarebbe guastata,
 almeno nel rispetto per chi quelle cose le ha dimenticate o sta cercando di farlo, e per i bambini, anime senza peccato, che le pareti sono sottili come carta velina, e se si sentono i sospiri figuriamoci gli orgasmi.
Però è bello sapere che qualcuno ancora pratica l'antica arte dell'amore.
Questo aveva detto, con un sorriso birichino, l'inquilina ultra ottantenne del piano di sotto, anche lei testimone indiretta di quelle loro intemperanze amorose.
Di che vi lamentate, bacucchi che non siete altro. Non siete stati giovani anche voi? Memoria corta, a quanto pare. E sono altre le cose di cui lamentarsi, quelle sporche davvero. Lamentatevi di quelle!
E aveva ragione!
Sono altre le cose sporche di cui recriminare, basta affacciarsi alla finestra e respirare lo smog che annerisce perfino i raggi del sole, soffermare lo sguardo sui palazzoni incolori e il paesaggio di cemento che li circonda, o sull'erba del cortile, stentata e gialla, che mai diventerà verde.

Amanda porta in giro il suo pancione da par sua, pantaloni a vita bassa e ombelico in evidenza, la gravidanza le ha arrotondato i contorni del viso e addolcito perfino il suo slang romanesco, ma non ha smesso l'aria da guerriera, quella è nel suo dna, non è un atteggiamento quello, ma è essere lei.
Tra un po nascerà il bambino, e per lui ha già deciso il nome, Patrick, come il nonno di Jeremy e il santo patrono d'Irlanda, dove tra qualche mese si trasferiranno per via della possibilità di un lavoro stabile.
Jeremy, dal giorno che il test della gravidanza è risultato positivo, non ha più toccato un bicchiere di alcunché, e tenuto le mani a posto, d'altro canto Amanda ha imparato a tenere a freno la lingua e paradossalmente a non aver più sempre l'ultima parola le è valso il diritto di replica che saggiamente esercita, senza troppo strafare, che quell'equilibrio conquistato va stabilmente mantenuto e consolidato, soprattutto ora che le loro vite stanno davvero cambiando, con quella nascita e quella partenza.
E' bello vederli insieme, lui così alto che un po deve ingobbirsi per camminare abbracciato a lei, ma è una di quelle cose che più gli piace di loro due, perfino del sesso, non c'è niente di più bello che poter aspirare il profumo dei suoi  capelli e saggiare la fragilità di quel suo corpo minuto che pure è così solido da contenere un bambino, che lui immagina raggomitolato come un gattino all'interno di una cesta.
E questa immagine lo fa sorridere, e allora pure Amanda sorride, senza un vero motivo, per complicità e amore, e gratitudine per tutta quella bellezza che lei non saprebbe raccontare ma che pure sente circondarla, qualcosa nell'aria che colora d'arcobaleno lo squallore di quello spicchio di mondo lasciato, a torto, incolto, una sensazione magnifica, uno stato di grazia: il suo  pezzetto di casa che porterà con sé in Irlanda.

martedì 21 novembre 2017

Isabel, scrittrice per amore


Capita che l'amore faccia male, ma senza quel dolore, per alcuni, la vita non ha senso.
...e per continuare a sentire quel dolore, senza cui non avrei potuto vivere, ho iniziato a scrivere.
(Isabel, scrittrice per amore)

LA PERFEZIONE DI UN'AMORE
Mio padre costruiva aquiloni, mia madre, invece, imbullonava auto, sono cresciuta, così, con la certezza che al mondo tutto fosse possibile per amore, rivoluzionare, modificare, reimpostare, visto che per i miei era stato possibile farlo attraverso questo stravolgimento dei ruoli, che lungi dall'esser metafora era vita reale.
Quando tornavo da scuola c'era mio padre intento ai fornelli a prepararmi il pranzo, che il suo lavoro di costruttore di aquiloni lo svolgeva nella mansarda di casa, per essere più vicino al vento, come amava puntualizzare.
Non saremmo di certo sopravvissuti con la sua effimera arte, a cui sopperiva, invece, mia madre, con il suo lauto stipendio di meccanico specializzato.
Questa situazione, ritenuta anomala perché antitetica agli standard societari, mio padre faceva un non-lavoro e mia madre, invece, un mestiere da uomo, era stata lungamente osteggiata dalle reciproche famiglie, ma poi mia madre era rimasta incinta e sono nata io, evento che forse ha contribuito a ristabilire una seppur illusoria correttezza dei ruoli, anche se durata solo il breve periodo della gravidanza, perché lei poco dopo il parto è tornata a lavorare, affidandomi, per la maggior parte del tempo, alle cure di mio padre.
Lui trascorreva ore a saggiare la velocità del vento per collaudare i suoi meravigliosi aquiloni, e lei, invece, stesa sotto la pancia di un'auto per accertarsi della sua tenuta su strada.
Ad ognuno la propria realizzazione nella certezza della reciproca condivisione: è questo l'amore.

Mio padre e mia madre, così diversi e al primo sguardo incompatibili, insieme erano perfetti, ma non così io e lui, seppure addirittura ci somigliassimo perfino fisicamente, tanto da esser scambiati per parenti, fratelli o cugini, e dare l'idea di possedere non solo lo stesso dna ma anche lo stesso cuore.
E così è stato all'inizio della nostra storia.

Per esigenze di privacy continuerò a chiamarlo "lui" omettendo il suo nome, per rispetto e pudore di quel sentimento che ancora testardamente nutro, e scongiurare una sua, seppur remota identificazione, affinché nessuno possa fargli addebito della mia infelicità.
Sarà questo il mio ultimo atto d'amore.

UNA STORIA SBAGLIATA
Ho respirato amore fin dal primo giorno della mia vita, ed è stato quasi naturale, da adulta, che io diventassi una "wedding planner" pianificatrice di matrimoni, professione che paradossalmente  mi ha catapultata nel mondo del reale, strappandomi all'atmosfera idilliaca nella quale ero cresciuta maturando la distorta convinzione dell'infallibilità dell'amore, e consegnandomi ad una più equilibrata consapevolezza della sua, invece, fragilità, avvallata poi dall'esperienza professionale, che però non è servita a preservarmi dall'infelicità.
Personalmente credo che non sia il sacramento del matrimonio a sancire l'amore, io ho sempre pensato, per quel che mi riguarda, che pur incontrando l'uomo della mia vita non mi sarei mai sposata, o se l'avessi fatto avrei optato per una cerimonia scarna e molto intima, perché conosco troppo bene i retroscena e gli inganni di questa messa in scena per volerla adattare a me stessa, anche se questo non mi depotenzia nel mio entusiasmo professionale, che mi è valso notorietà e clientela.
In quest'ambito ho incontrato tante coppie e conosciuto le loro storie, di alcuni mi sono giunti anche i finali, e non tutti degni dei fasti dell'altare, che l'amore per alcuni è finzione, per altri illusione e per molti un inganno.
Ed è sempre in quest'ambito, e in base a statistiche neppure troppo azzardate, che ho incontrato lui, proprio ad un matrimonio: il suo.
Una storia sbagliata, che mai sarebbe dovuta iniziare, ma quando ci si trova intimamente coinvolti non sempre si riesce lucidamente a riflettere, anche se dio sa quanto ho tentato di farlo.
Matrimonio anticipato e di gran fretta, che la sposa, già al secondo mese di gravidanza, scalpitava, che se fosse aumentata anche di una sola taglia non avrebbe potuto indossare l'abito dei suoi sogni.
Una sposa molto giovane, molto bella, molto ricca, molto prepotente, di quelle abituate ad avere il mondo ai piedi, a non sentirsi mai dire no, ma alla fine destinate a non avere più alcun desiderio d'avverare, nessun progetto da realizzare. Nessun sogno su cui fantasticare.
Sembrerà strano, ma per lei, viziatissima ragazza, ho provato tenerezza e tristezza, l'ho vista come una reclusa a cui, però, venendo concesso tutto, la si priva della volontà di voler evadere.
Ed eccola, allora, futilmente dispiegare tutte le sue energie al solo fine di poter indossare un principesco abito bianco che non l'avrebbe resa di certo più bella, perché su di lei anche la più semplice delle sottane sarebbe stata incantevole.
Un abito che non avrebbe mai più indossato, dimenticato nel fondo di un armadio, sommerso da  una miriade di altri abiti principeschi.
Erano la sposa e la madre, una donna dallo sguardo mansueto sotto la fronte spianata dal lifting,  ad occuparsi, con me, dell'organizzazione della cerimonia e anche del viaggio di nozze, che tutto doveva essere pianificato nei minimi dettagli, così da scongiurare  imprevisti ed avventure, insomma quelle cose che, a parer mio, amplificate nella narrazione con effetti speciali, sarebbero state invece ricordate negli anni futuri con un sorriso, dolce o amaro, e avrebbero notevolmente arricchito di un'eredità aggiuntiva, figli e nipoti.
A saldare i conti, invece, erano incaricati il padre della sposa, un anziano uomo grintoso, e il futuro marito, un giovane dai modi cordiali: lui.

CONTATTI TELEFONICI

Isabel, non è che il suo albero genealogico vanta parenti texani?
Una faccina sorridente a siglare questo suo messaggino.

Anche lui aveva rilevato la nostra somiglianza fisica: stessi occhi verdi dal taglio allungato, sopracciglia ben distanziate, fronte e zigomi alti, capelli bruni e ribelli, ad incorniciare il viso dai tratti regolari e dalla carnagione chiara.

Le mie origini sono inglesi, Londra, per la precisione. E i miei genitori sono gli unici immigrati della famiglia. Escludo qualsiasi parentela texana.
La mia risposta corredata di smile.

Ho un fratello maggiore, ma ho sempre desiderato una sorella. Isabel, posso adottarla come tale?
A seguire un'intera fila di smile.

Ha la fortuna di avere un fratello, se lo tenga stretto, glielo suggerisce una figlia unica.
A chiudere la conversazione un ok e uno smile.

CONTATTI MECCANICI
E forse non ci sarebbe stato seguito se non che il giorno stesso delle nozze, l'auto nuziale, una "Limousine Extra Lusso President", non si riusciva a mettere in moto, e questo aveva scatenato l'isteria della sposa poiché il meccanico di famiglia risultava irraggiungibile al cellulare, e allora sono stata interpellata d'urgenza per trovare un rimedio.
La soluzione l'avevo pronta, in casa, e seppure con qualche fatica avevo convinto mia madre, ormai in pensione, ad accompagnarmi in veste di meccanico.
Ovviamente la sua apparizione, in tuta da lavoro e cassetta degli attrezzi, aveva destato scetticismo ed imbarazzo, che pur è vero che qualunque sia il secolo in corso riaffiorano sempre gli stessi pregiudizi, ma che lei, la mia incredibile madre, chinata sul motore come un chirurgo sul torace di un cardiopatico, concentrata ad auscultare battiti e vibrazioni per individuare il contatto fallace che generava l'aritmia, aveva spazzato via con un'alzata di sopracciglio, quando il motore, senza neppure un tentennamento, aveva ruggito tutta la sua potenza.
Alla fine, per lei, applausi e strette di mano, per quel duplice miracolo: la messa in moto dell'auto e neutralizzato la collera della sposa.

LUI
Dopo qualche settimana mi giunse uno spettacolare bouquet di rose screziate, accompagnate da un bigliettino: Grazie, Isabel  per aver quel giorno scongiurato la terza guerra mondiale.
Rose screziate, le mie preferite: un semplice caso, oppure, molto più probabilmente, s'era edotto sui miei gusti floreali?
Mi era già accaduto altre volte di ricevere ringraziamenti postumi per il mio lavoro, per cui questo rientrava nella norma, così come che i clienti soddisfatti consigliassero la mia agenzia a parenti ed amici in procinto di sposarsi, così quando lui mi contattò per prendere appuntamento per un suo amico intenzionato al grande passo, io non ci trovai nulla di strano.
Ma strano trovai che ad accompagnare il suo amico, invece della futura sposa, fosse lui.
Ad ogni modo, io e il  mio nuovo cliente, facilmente ci accordammo sulle linee guida della cerimonia, fissando un secondo appuntamento per definire i dettagli, questa volta insieme alla sposa.

Le andrebbe un caffè, Isabel?
Eravamo rimasti soli, che l'altro, dovendo prendere un aereo, s'era già congedato.

- Come sta la sposina? E la gravidanza, procede bene?
- A meraviglia, se non fosse per la sciagura di dover prender chili e della necessità conseguente di ritornare al peso forma, dell'allattamento che rovina il seno e delle odiose smagliature che deturpano la pelle, per cui è già stato provveduto ad una nutrizionista, un personal trainer e una baby sitter.
- E' ancora così giovane, le dia tempo
- E' semplicemente molto viziata e molto infantile. Non crescerà mai.
- Non è una buona previsione questa sua. L'aiuti lei a maturare
- E' sempre così ottimista, Isabel?
- E allora perché l'ha sposata?
- Non ho avuto alternative.
- C'è sempre un'alternativa
- Visto che avevo ragione? Lei è un'ottimista e della specie peggiore, quella degli inguaribili.
...e su questa sua verità incontrovertibile scoppiamo entrambi a ridere.

Iniziò così uno scambio serale di messaggi, piccoli incisi sull'andamento della giornata correlati da brevi riflessioni personali. Niente di intimo, ma quello scambio di pensieri era diventato un piacevole appuntamento, così quando per un paio di sere consecutive non avvenne, constatai, con una qualche,
inquietudine, quanto per me fossero diventati, invece, indispensabili, e quando la terza sera sul mio cellulare si materializzò il suo messaggio, mi sono innamorato di te, risposi, anch'io.

NOI
E fu amore, passionale, travolgente, esclusivo.
Ogni momento libero era finalizzato allo stare insieme, e per questo iniziammo ad inventare pretesti e bugie e alibi, e a costruire una sorta di vita, segreta e parallela, a quella pubblica.
Avevamo comprato una piccola casa in riva a un lago, in un posto sperduto per evitare incontri inopportuni, dove trascorrevamo le giornate senza neppure mai uscire, appagati solo di poter stare insieme, gelosi di quella nostra meravigliosa solitudine, e del racconto intimo che da essa scaturiva.
Ma per essere felice dovevo costringermi ad ignorare la montagna di bugie su cui poggiava la nostra relazione, quel costante dover vivere nell'ombra per poter essere vicini al sole, in quella concertata finzione esistenziale dove pure, in caso di necessità, era contemplata l'abiura.
Niente a che vedere con il limpido, onesto, vittorioso amore dei miei genitori, felicemente esplicitato alla luce del sole ad onta di ogni meschinità intellettuale e societaria.
Loro non avevano mai avuto bisogno di ritrovarsi per ricostruirsi in una vita parallela, perché mai si erano persi né allontanati da quella loro reale, che di certo non contemplava, neppure in caso estremo, il ripudio.

Eppure le poche, isolate persone, con le quali ci capitò di rapportarci nel nostro status di coppia clandestina, ci percepivano perfetti e indivisibili, che la nostra somiglianza fisica contribuiva a supportare l'idea di una più intima somiglianza spirituale.
E lo era, oh si, lo era, senza ombra di dubbio, all'inizio così è stato: presagire desideri, necessità, aspettative, accadeva sovente a livello telepatico, tanto eravamo in sintonia, così profondamente compenetrati che niente di mio era ignoto a lui, e viceversa.
Presagivo la sua chiamata l'attimo precedente lo squillo del telefono, anticipavo la disdetta di un nostro appuntamento ancor prima che me lo comunicasse, così come preconizzavo la gioia di un suo arrivo non annunciato.

Ero talmente piena della certezza di quell'amore che non ho mai provato gelosia nei confronti di sua moglie, che mai a tal riguardo gli ho fatto una scenata, né tenuto il broncio, seppur come talvolta capitava accadesse di non poterci vedere per un motivo a lei contingente.
Lei, era la sua vita di facciata.
Io, quella vera.
Per cui, su quella sua vita di facciata, non facevo domande né pressioni: mi bastava averlo nel modo in cui lo avevo. Nel modo appassionato in cui mi desiderava. E la certezza che solo con me così  potesse essere.

Follemente innamorata, respingevo la tentazione delle lacrime e quella dei rimproveri, che pure m'assalivano nei momenti di solitudine, immaginando che per lui, sposato e presto padre, fosse molto più difficile che per me gestire quella nostra storia clandestina, e ancor di più lo sarebbe stato se l'avessi condita con le mie lagnanze.
In realtà avevo paura di perderlo, e questa la vera ragione del mio silenzio supino, di tutti i miei "non ti preoccupare" anestetico alle sue ansie, ma non alle mie.

VERSO L'AUTODISTRUZIONE
Un uomo che ti costringe a vivere nell'ombra non è davvero innamorato, almeno non così tanto da desiderare di riscattare, per te, il sole.
Mi diceva mio padre, carezzandomi i capelli e asciugandomi con la mano quelle mie lacrime che non sgorgavano, ma che lui vedeva.

Pragmatico, invece, l'avvertimento di mia madre: non si va lontani, Isabel, se le ruote non convergono nella stessa direzione, prima o poi sarai costretta ad una sosta forzata e consapevolmente dovrai decidere se equilibrare i pneumatici e proseguire il viaggio, oppure accettare la piazzola d'emergenza, in cui ti sei fermata, come il tuo approdo finale.

Più si avvicinava il tempo del parto più diradavano i nostri incontri: inevitabile che così fosse, e il fitto scambio di messaggi serali non colmava il vuoto fisico e il senso di distanza.
Quel vuoto dove io sempre più rimpicciolivo e ingigantiva, solida e consistente, quella che fino ad allora avevo considerato la sua vita di facciata.
Così, per la prima volta dall'inizio della nostra relazione, presi ad immaginare, animandoli, quegli intimi scenari di vita famigliare che fino a quel momento m'ero costretta ad ignorare.
Fu per me devastante.
Iniziai, allora, un silenzioso pedinamento, di cui profondamente mi vergognavo come di un gesto meschino, che insozzava me prima ancora che lui.
Mi ero convinta di dovermi sporcare fin dentro l'anima se volevo uscirne purificata, attraverso l'acquisizione della realtà, da cui avrei tratto quelle motivazioni e quella forza indispensabili alla mia consapevole accettazione della sua altra vita.
Un tentativo, questo mio, per arginare quel rancore che, nelle sue sempre più frequenti defezioni, sentivo montarmi dentro come un fiume in piena che mi avrebbe travolto.
Ci avrebbe travolti.

Ma non ci riuscii, e mi lasciai sopraffare dall'emotività.
Presi a rinfacciargli, con voce stridula e meschine insinuazioni, la sua risposta tardiva ad un mio messaggio o ad una mia telefonata; un suo "Isabel, non mi è davvero possibile oggi, raggiungerti" innescava, da parte mia, estenuanti interrogatori a cui all'inizio con pazienza cercava di controbattere ma che poi, raggiunto l'estremo grado di sopportazione, si limitava a chiudere la comunicazione.
I miei approcci divennero allora minacciosi, feroci, ingiuriosi.
Così non rispondeva più alle mie chiamate al cellulare né al fisso, e allora ripresi più intensamente i miei pedinamenti.
Durante uno di questi mi vide e capì ciò che stavo facendo: mai dimenticherò lo stupore, e poi il disprezzo, nel suo sguardo.
Mi vidi con i suoi occhi, sciatta e disperata, appiattita contro il riparo di un muro, mentre avida lo spiavo per alimentare il mio bisogno quotidiano di rancore: un pane che non sazia ma affama.

Fino a quel momento non m'era importato più nulla, né di me stessa, ridotta ormai ad un'ombra ostile, né del mio lavoro, di cui avevo decretato il fallimento, né dei miei genitori, che inutilmente avevano tentato di arginare, con la ragionevolezza, questa mia follia autodistruttiva.
Fino a quel momento non m'era importato più di niente e di nessuno,  prima di quel suo sguardo, stupito e sprezzante, che aveva misurato, per me, la profondità dell'abisso in cui ero precipitata.

VERSO LA GUARIGIONE
Con le ultime forze residue raccolsi ciò che rimaneva di me, accingendomi ad intraprendere un percorso di guarigione tramite la terapia psichiatrica, che mi ha incentivata, attraverso la scrittura terapeutica, a recuperare il senso di me stessa riconvertendo in parole le mie emozioni, per non farmi inghiottire dal loro peso, e ritrovare, tramite il pensiero scritto, quella chiarezza che avevo smarrito.
Pensieri che hanno trovato eco in tanti altri cuori e rispecchiato altre storie come la mia, che ciò che a noi pare esclusivo poi si rivela storia comune.
Le storie scritte diventano memoria collettiva e condivisa, indelebile.
Chi ha vissuto un'intensa storia d'amore non vuole davvero cancellarla, non del tutto almeno.
Si è indotti, quasi sempre su sollecitazioni esterne, a credere di voler dimenticare, ma questo solo per proteggersi dal giudizio del mondo che facilmente rigetta le pur sincere, appassionate motivazioni, alla base di quelle storie d'amore  ritenute sbagliate.
Ma esistono, poi, amori sbagliati?
Non esistono, era  quello che mi andavano svelando i racconti nelle mail che ricevevo in grande numero, tante storie diverse eppure così simili, che ho iniziato a raccontarle per loro, ovviamente col consenso dei protagonisti.
E poi tutte quelle loro storie hanno destato l'interesse di un editore e sono diventate un libro di grande successo, un vademecum, una carta planetaria piena di punti di partenze e nessun punto d'arrivo.

ISABEL, SCRITTRICE PER AMORE
Se nella mia altra vita, con la mia professione di wedding planner, ho contribuito a materializzare il coronamento di tanti sogni d'amore, ora, in questa nuova, mi cimento con le morti e le rinascite, gli inferni e i paradisi, e gli inevitabili purgatori.
E tutto diventa racconto.
 Quel racconto salvifico che aiuta a far luce nel nostro buio interiore.

Ho iniziato a raccontarmi in una lucida autobiografia, correlata ad ogni capitolo da una poesia.
Poesie dedicate a lui, perché non sono ancora guarita da quell'amore, e forse non lo sarò mai del tutto,
 ma sono però riuscita ad epurarlo dai veleni del rancore e da quelli dell'ossessione, riconducendolo sul piano della ragionevolezza, per merito della fredda, salvifica analisi, a cui io, lo confesso, all'inizio del mio percorso ho opposto strenua resistenza, come chi malato da lungo tempo ha terrore della guarigione perché ormai avvezzo a vivere in simbiosi coi sintomi della malattia da cui ha scaturito una sorta di sicurezza, di prevedibilità. Una routine senza la quale si sentirebbe perso.
Estirpando il male avrei anche estirpato la causa che lo aveva generato, ed era a questo che io mi opponevo.Tutta la mia disperazione, ma anche tutto il mio amore, sarebbero stati svuotati del loro solenne senso, ridimensionati nel loro valore, ridotti a semplice parentesi esistenziale: un'abiura.
Ma si può guarire senza doversi rinnegare, nella consapevolezza di se stessi, ritrovando le proprie certezze interiori, quell'orgoglio che ci rende liberi dal giudizio morale del mondo, sia esso di condanna o di assoluzione.
Perché la guarigione non è mai un miracolo, ma una conquista.

Ti amo, ma la cosa non ti riguarda.
Sarà questo il titolo della mia prossima raccolta di poesie, ovviamente dedicata a lui.
L'ultima.
...forse.

sabato 14 ottobre 2017

Il fiore del mio giardino


IL FIORE DEL MIO GIARDINO
Erano l'intonaco color mandarino e la porta verde mela, ancor prima dell'insegna, un chiassoso tazebau con la scritta in italiano "Il fiore del mio giardino" a lettere irregolari e colori psichedelici, a reclamizzare l'attività di fiorista di Veronica Sorrentino, vedova Thompson, in quel di Browing Street, nella cittadina di New Eden, nello Stato del Maryland.
Un negozio storico, questo, rilevato nel corso del tempo da un numero imprecisato di gestori, costretti ad abbandonare l' impresa per via degli affari poco fiorenti e della guerra recente in corso tra il proprietario del negozio di abiti da sposa e articoli da cerimonia, Max Garfield,  ubicato alla sua sinistra, e quello del sexy shop, William Perez, alla sua destra.
Il negozio di Veronica Sorrentino, strettamente incassato fra i due, sarebbe risultato invisibile ai passanti se non ci fosse stato il richiamo dei colori al neon dell'insegna e quello dell'intonaco, che lo evidenziava con la sua tonalità luminosa di ocra incandescente, sull'anonimo sfondo color sabbia del muro.
Una strategia, questa della tinta di un colore diverso, ideata da Veronica per uscire dal cono d'ombra dove s'era ritrovata relegata dopo aver comprato quel negozio in stato di perenne fallimento, che il proprietario per un'antipatia personale verso Garfield, che pur di rilevarlo aveva offerto una cifra ragguardevole, aveva preferito svenderlo a lei ad un prezzo irrisorio. 

Dunque, il negozio di fiori progettato da Veronica in un eccentrico stile vintage/italiano (anche se lei dell'Italia, della città di Napoli, dov'era nata, non conservava alcun ricordo, perché dopo pochi mesi dalla sua venuta la mondo i suoi s'erano trasferiti a New Eden per ricongiungersi con quella parte di parentado che già qui  s'era stabilita, e così s'era istintivamente costruita un suo ricordo remoto, sull'immagine romanticamente retorica, di una cartolina d'epoca: l'affaccio di un balconcino fiorito sullo sfondo di un paesaggio marino, e la mamma che la schermava dal sole con un cappellino), aveva costituito il naturale divisorio tra il diavolo e l'acqua santa, metafora forse scontata, ma calzante, per designare le due attività allocate ai suoi fianchi: il sexy shop di Perez e il negozio di abiti da sposa di Garfield.

A onor del vero c'è da dire che la fiorista a lungo s'era spesa nella vana opera di pacificazione tra i due, ma fallendo nel suo intento era riuscita a coalizzare i due rivali contro di lei, rea di aver acquisito la proprietà del negozio, di averlo reso visibile e con una clientela in continuo aumento, ma soprattutto di essersi fatta beffe di quella loro ridicola guerra basata essenzialmente sullo sbandieramento della reciproca delegittimazione.

LE RAGIONI DELL'UNO. LE RAGIONI DELL'ALTRO
Veronica - Signor Garfield, vorrei capire la causa di così tanto malanimo 
nei confronti di Perez -
Garfield - Cosa c'è di così difficile da capire, la sua attività è
controproducente alla mia.Basta guardare gli articoli esposti nella sua 
vetrina: un insulto alla morale. Un oltraggio alle persone perbene ed
al mio onesto commercio, che operando nel settore matrimonio fa
diretto riferimento ai valori di nostro Signore -
Veronica - Ma ha una regolare licenza, e gli articoli in vendita non sono
 illeciti. Inusuali, ma non illeciti. Ha diritto quanto lei di esercitare il suo
commercio. Non ci vedo alcun dolo nei suoi confronti -
Garfield - E l’immagine? Parliamo dell’immagine… certo lei non sa neppure 
cosa sia, con quel suo negozio pacchiano -
Veronica - Non esageri ora, se il mio stile non è conforme ai suoi gusti 
non posso farci niente, siamo in un paese libero -
Garfield - Già, libero di permettere tutto e il suo contrario: esattamente come
 accade in questo ristretto  perimetro -

Veronica - Perez, cosa la disturba dell’attività di Garfield?-
Perez - Della sua attività niente, anzi gli auguro che prolifichi a dismisura e 
acquisti sempre più clienti, quelli tanto dopo esser passati da lui vengono a
comprare da me. La sua attività non mi disturba, è la sua arroganza che mi
disturba. E' un vero stronzo -

VERONICA SORRENTINO VEDOVA THOMPSON
Tra i due antagonisti le simpatie di Veronica andavano a William Perez,
perché in lui ancora percepiva una genuinità autentica, quella spontaneità
un po infantile che ne addolciva il gergo da pirata e l'aspetto da mangia fuoco:
qualche chilo e qualche tatuaggio di troppo, e un sigaro puzzolente incollato
tra le labbra.

Veronica, seppur non era affatto il suo tipo, se ne sentiva diabolicamente
 attratta, forse perché Perez era l'esatto contrario del suo defunto marito:
ligio alle regole, attento e scrupoloso,ordinato nell'anima come nei sensi,
che far sesso con lui era come andare a un battesimo, quando,
 preventivamente con la somministrazione del sacramento, si cerca
d'immunizzarel'anima dal bisogno del peccato.
Un uomo così pulito, Danny Thompson, che lei non s'era sentita di sporcarlo
 con i suoi impudici, fantasiosi desideri, di cui il solo racconto lo avrebbe
fatto arrossire.
A dire il vero un qualche blando tentativo, per capire fin dove su quel terreno
 potesse spingersi, lo aveva fatto, ma lui fingendo di non avvedersene aveva
così con tatto rifiutato l'invito a mordere quella mela del peccato che lei, con
mano tremante, gli aveva porto.
Era pur certa, Veronica, che lui l'amasse profondamente e teneramente,
con discrezione e ammirazione, e seppure non era a letto l'amante che lei
desiderava fosse, era stato un gentile, affidabile compagno di vita, e così
quando un infarto fulminante se lo era portato via (una beffa, quella morte,
che lui, morigerato com'era non aveva coltivato alcuno stravizio a cui
addebitare quella sua fine prematura) lei aveva portato il lutto stretto per
un anno seppure la modernità non lo annoverasse più tra gli obblighi
vedovili, ma pure Veronica volontariamente lo aveva adottato,
immaginando che a lui avrebbe fatto piacere quell'omaggio alla
sua memoria.

UNA VITA DA RISCRIVERE
E così, Veronica, ancora vestita coi crespi vedovili, conscia di dover ricominciare da capo, s'era gettata con entusiasmo adolescenziale nel commercio dei fiori, una rivalsa sull'allergia congenita ai pollini di cui il marito soffriva e per la quale s'era dovuta privare, negli anni del matrimonio, di quel piacere così femminile.
Una compensazione, dunque, ed un'affermazione di se stessa.
Per questo s'era decisa a rilevare lo stentato negozietto in Browing Street, che il proprietario, un bellicoso ottuagenario che pur di fare un dispetto ai figli e ai nipoti che in anticipo gli stavano scavando la fossa, s'era intestardito a non voler cedere neppure alla generosissima offerta dell'altezzoso Garfield, ma l'aveva invece, e di buon grado, svenduta per un tozzo di pane alla giovane signora in lutto che aveva speso una cifra folle per il più lussuoso, e profumato, cuscino funebre che a memoria d'uomo si ricordasse a New Eden.
 Era entrata nel negozio vestita di nero e n'era uscita guarnita come una Primavera del Botticelli, con fiori sparsi nei capelli e sul decolletè, e un contratto che la ufficializzava proprietaria dell'attività.

VAN GOGH
Tutte le mattine, puntuale alle otto, Veronica, spalancava la porta verde mela del suo negozio, poi vi  sistemava accanto il traballante trespolo dove allocava Van Gogh, un pappagallo dai colori tropicali, libero di svolazzare tra l'interno e l'esterno, che parlava portoricano e, quando era del giusto umore, gracchiava ispirato le prime strofe di "o sole mio"
 Così c'era sempre qualcuno a scattare foto, girare video, cordialmente intrattenersi a conversare con Van Gogh o fare la corte alla giovane signora vestita di nero. Nessuno usciva mai a mani vuote dal minuscolo negozio: chi con una piantina o un piccolo bouquet, chi con un sorriso ritrovato, chi con un'ubriacatura da Eden. Sta di fatto che "Il fiore del mio giardino" era diventato luogo di culto per i turisti, che ne apprezzavano la strampalata scenografia e i voli irruenti di Van Gogh, le cui penne dai colori primitivi erano il souvenir proibito a cui aspiravano; per gli innamorati che si inebriavano di pollini e profumate promesse;  per i solitari, che in quel pur breve perimetro avevano modo di esplorare il mondo a loro precluso, quello delle parole e quello dei sorrisi.
 Perfino un poeta di fama internazionale s'era preso il disturbo di una capatina a New Eden per penetrare il segreto delle attrattive e delle illusioni, di cui Veronica Sorrentino pareva aver decifrato gli enigmi.
Ma aveva poi scritto, al riguardo, un pamphlet velenoso, declassando la poetica del luogo a semplice, e ben riuscita, operazione di marketing.
Quale poesia? Un pappagallo chiassoso e stonato, la proprietaria belloccia ma con una già evidente tendenza alla pinguedine, che pure il noioso nero di cui sempre si veste non riesce a nascondere, e i fiori del tipo a buon mercato, il cui afrore di palude permea l'intera strada: una trappola per i gonzi.
Questo in sintesi il suo articolo che aveva convinto Garfield, l'acqua santa, a tentare una coalizione con Perez, il diavolo, contro la giovane vedova colpevole di troppa fantasia.


UN TENTATIVO DI ALLEANZA
A dire il vero, l'ossuto e arrogante Garfield, s'era dato da fare un bel po per convincere il riottoso Perez sulla necessità di quell'alleanza, motivandola con il lungo elenco delle ottime ragioni che reclamavano quella loro sinergia, tra cui il vistoso calo di clienti e la visibilità eccessiva che aveva acquisito il negozio dell'italiana.

Garfield - I clienti disertano il mio negozio per via della marmaglia che affolla, invece, quello accanto. Quella donna ha trasformato questa via in un mercato, declassando le nostre attività a bazar. Insostenibile -
Aveva sibilato una sera, all'ora di chiusura, sbarrando la strada al suo avversario

Perez - Hai definito bazar anche il mio esercizio. Ero io, a tuo dire, a degradare la" tua" strada con la "mia" ciurmaglia da bassifondi. Memoria corta, Garfield? -
La risposta immediata

Garfield - Diciamo che il tuo è un bazar di rango superiore, ma ancora per poco, che quella donna non ci metterà molto a fagocitare anche la tua clientela, se non è già accaduto -
Teatralmente calcando la voce sulle frasi "ancora per poco" e "fagocitare anche la tua clientela"

Perez - Puoi giurarci che succederà, dal momento che molti dei miei acquirenti sono gli stessi appartenenti al tuo raffinato pubblico -
L'irridente replica

Garfield - E non intendi fare niente? io ho provato a far ricorso alle vie legali con una dura lettera di rimostranze all'Assessore al Commercio, ma la moglie è un' aficionados della fiorista, e delle più devote. Mi ha risposto che al contrario di quello che io recrimino, la signora Sorrentino, con il suo ingegno, ha dato visibilità e fulgore non solo a Browing Street ma a tutta New Eden, rendendola appetibile ai tour operator e alle frotte di turisti che grazie a lei l'hanno scoperta, con un forte incremento dell'economia locale e a costo zero per il Comune. La signora Sorrentino meriterebbe il titolo di filantropa e la gratitudine di tutta la cittadinanza per questo suo operato, e non gli insulti gratuiti contenuti nella mia raccomandata. Come vedi, Perez, le vie legali ci sono precluse!-
E a enfatizzare la sua impotenza aveva abbassato la voce e alzato le mani in gesto di resa.

Perez - Cosa proponi di fare, allora? L'Italiana sta nel suo spazio, non calpesta né il mio né il tuo, non commette alcun illecito, tranne per il pappagallo che ogni tanto viola lo spazio aereo e svolazza nel mio negozio, facendo ridere i clienti. Lei poi...ma l'hai vista? Che tocco di femmina...immaginala vestita di rosso... così  me la sono sognata una notte, vestita di rosso: uno schianto. Appena smette il lutto un pensiero ce lo sto facendo -
Gli aveva confidato complice, dandogli di gomito

Garfield - Quando smetterà il lutto tu starai a far la fame o a spacciar droga, perché quella di certo,   nel frattempo, avrà già provveduto a mandarci entrambi sul lastrico. A meno che...-
E  qui il tono s'era fatto intimidatorio

Perez - A meno che... cosa? -
 Aveva chiesto sulla difensiva

Garfield - Giocando d'anticipo saremo noi a gettare sul lastrico lei, legalmente, avvalendoci dei suoi   stessi metodi: occhio per occhio, dente per dente -
Proferendo quest'ultima frase col tono solenne di un giuramento.

LA CATTIVA SORTE
E accadde che, a partire da un imprecisato momento, tutte le iatture della cattiva sorte pareva si fossero date appuntamento davanti la porta verde mela del negozio di Veronica Sorrentino. A dir la verità il tutto era iniziato in maniera blanda e all'apparenza casuale, nulla che facesse sospettare qualcosa di preordinato da una volontà di dolo ma piuttosto d'attribuirsi a quell'analfabetismo etico da cui originano quei deprecabili, stupidi atti di vandalismo spiccio, delle bravate adolescenziali o da qualche bicchiere di troppo. Era questa la spiegazione che aveva dato Veronica per il fiorire delle scritte oscene sui muri del negozio e per l'insegna divelta a sassate. Ma quando una mattina trovò la porta scassinata e Van Gogh legato al trespolo, ubriaco fradicio e in preda alla febbre del disorientamento, e tutta la  produzione di piante e fiori decapitata a colpi di roncola, allora fu costretta a prendere in considerazione l'ipotesi del dolo. Sporse denuncia contro ignoti, rimise in ordine tutto, e per una settimana si predispose a dormire nel suo negozio. Non accadde null'altro di spiacevole in quelle notti e neppure nelle seguenti, e così rassicurata riprese la vita di sempre con l'eccezione di portarsi a casa il pappagallo,(che dopo quell'esperienza traumatica avrebbe sofferto di depressione e amnesia prematura, per cui non ricordando più l'esatta sequenza delle strofe di "o sole mio", era costretto ad improvvisare) che troppo spavento s'era presa di vederlo sbandato e delirante da quella sbornia indotta, e ancora non riusciva a perdonarsi di non aver mai preso in considerazione l'ipotesi di Van Gogh vittima di un qualsiasi accidente. Per un certo periodo tutto sembrava essersi di nuovo allineato nella prevedibilità del quotidiano, e di quegli incresciosi incidenti esteriormente non v'era rimasta traccia. Tutto rimesso a nuovo "Il fiore del mio giardino" risplendeva in quella sua rinascita, che molte erano state le dimostrazioni d'affetto e stima ricevute dai clienti locali e da quelli esteri, espresse anche con generose donazioni in denaro che Veronica, però, con infiniti ringraziamenti aveva restituito, che a risarcire i danni aveva provveduto l'assicurazione.
Non c'è nulla di più rassicurante delle certezze della routine, anche se a lungo andare possono generare noia o fastidio, infinitamente si rimpiangono nel momento degli sbandamenti e delle catastrofi, quando la terra frana sotto i piedi e tu non sai se stai cadendo in una buca o in un precipizio. O in una realtà parallela. Che anche questa ipotesi s'era affacciata alla mente di Veronica, quando di nuovo era precipitata nell'incubo del dileggio, attuato stavolta con metodi nuovi e orari diversi. Accadeva così che un ubriaco facesse irruzione nel suo negozio a creare scompiglio tra i clienti, o un gruppo di ragazzotti ostruisse il marciapiede proprio davanti la porta verde mela rendendo difficile l'accesso alle persone e, quando qualcuno di questi aveva osato fare rimostranze s'era ritrovato accerchiato e insultato. Brutti ceffi stazionavano ora in perenne sosta davanti al negozio, e con gesti eloquenti. e all'occasione volgari, inducevano i clienti a non entrare, e ai turisti a cambiar strada. Van Gogh, ormai, definitivamente pensionato, aveva smesso i suoi voli a bassa quota e di recitare "o sole mio" in portoricano, e se ne stava, per tutto il tempo, immobile sul suo trespolo, fissando il vuoto e lasciandosi perfino piluccare di qualche sua penna dai più arditi degli ormai, sempre più radi, visitatori de "Il fiore del mio giardino".

UN'ILLUMINANTE CONVERSAZIONE
Garfiled - La vostra attività, signora Sorrentino, come voi stessa avrete avuto modo di valutare, è diventata il bersaglio prediletto di tutti i balordi di New Eden, che con l'intenzione palese di danneggiare voi danneggiano però anche me. Non voglio indagare i motivi per cui siete fatta oggetto di tanto accanimento, non sono affari miei, ma voglio proporvi una soluzione per liberarvi da questo impaccio e poter io ritornare alla serenità dei miei affari che in quest'ultimo periodo per colpa di queste turbolenze da voi generate, non godono certo di buona salute -

Così, senza troppi preamboli, aveva esordito Max Garfield, tirando fuori dalla tasca il libretto degli assegni ed esibendolo allo sguardo esterrefatto di Veronica.
Il negozio era vuoto, così come sarebbe rimasto fino all'ora di chiusura, disertato ormai da turisti e clienti, dissuasi dalla sua frequentazione dalle intimidazioni esterne, che pur si perpetravano nonostante il pattugliamento costante di un vigilantes.
Si respirava, all'interno, un'aria desolante e spoglia, con Van Gogh appisolato sul trespolo e le poche piante superstiti genuflesse in segno di resa, enfatizzata da Veronica, vestita di nero e seduta  nella penombra con le mani in grembo.
L'irruzione improvvisa di Max Garfield aveva però avuto il beneficio di ridestarla da quell'incantesimo remoto a cui lei pareva soggiacere, ristabilendo un contatto con la realtà.
Le ci vollero però alcuni minuti per realizzare quello che stava accadendo, che già l'ossuto Garfield aveva materializzato una penna, e poi con quella una cifra, con la quale determinato a concludere quella transazione unilaterale.

Garfield - Signora Sorrentino, offro la stessa rilevante cifra che a suo tempo avevo proposto al vecchio proprietario di questa baracca, ma che, invece, per un'antipatia immotivata nei miei confronti ha preferito svendere a lei. Sono perfettamente al corrente, signora, della somma ridicola con la quale avete rilevato questa attività, perché il vecchio ci ha tenuto a farmelo sapere. Accettando questa mia generosissima offerta ci avrete così doppiamente guadagnato, che allo stato attuale, e con la pessima pubblicità a vostro carico, non credo troverete altri acquirenti. Voi ci guadagnate e vi togliete dall'impaccio, e io integro il vostro esercizio nella mia impresa con la naturale espansione costituita dagli addobbi floreali per cerimonie -
Veronica - L'ipotesi che io non voglia vendere non vi ha sfiorato neppure per un attimo? -
Aveva replicato sbalordita, in tono di sfida.
Garfield - A che pro mantenere in vita un'impresa così in perdita? Soprattutto, con quali finanziamenti? L'assicurazione non pagherà una seconda volta, non sono enti di beneficenza quelli, non risarciscono le vittime del malanimo, che è questa, a quanto pare, la causa della sua disgrazia -
Il tono sarcastico di quest'ultima affermazione l'aveva così sgradevolmente colpita che per la prima volta le era balenata alla mente l'ipotesi che benissimo poteva essere lui a capo di quella congiura mirata all'espansione della propria attività
Veronica - Ma venendo a cadere il muro divisorio del mio negozio, il vostro esercizio andrà direttamente a confinare con quello di Perez. Non lo trovate più così sconveniente? Mi sembrava che fosse questo il vostro assillo, la vostra missione: evitare la contaminazione del sacro col profano. Dio e il Diavolo a così stretto contatto! Siete certo di volervene assumere la responsabilità?  –

La domanda irridente aveva punto sul vivo Garfiled che aveva replicato con un freddo: questo è un problema che non vi riguarda.

Veronica - Mi riguarda eccome, perché potrei vendere a Perez, anzi svendere, solo per farvi un dispetto. Ecco un'ipotesi che non avete preso in considerazione e per la quale dovrete rivedere la cifra del vostro assegno, se volete evitare a voi stesso il trauma di uno spiacevole dejavù. -

Amichevolmente poi lo aveva preso sotto braccio e accompagnato alla porta con l'esortazione di valutare la sua proposta, ma in tempi brevissimi, o altrimenti avrebbe interpellato Perez.

Veronica - Perché, caro Garfiled, dopo questa illuminante conversazione sono certa che voi appieno comprenderete la mia fretta d'interporre quanti più chilometri possibili tra me e la cattiva sorte -

MAI DIRE MAI
Dopo aver messo alla porta un frastornato Garfield, Veronica s'era presentata al sexy shop e, senza troppi preamboli, aveva intimato: ed ora, Perez, voglio la tua versione dei fatti!
L'imperativo lo aveva colto di sorpresa mentre era piegato su un imballo e nel rialzarsi aveva cozzato la testa contro la sporgenza di un ripiano, e così la risposta immediata era stata quella di un'intraducibile bestemmia che subito, però, alla vista di Veronica aveva tramutato in scuse multiple ed ossequiose. Ed un sorriso disarmante, da simpatica canaglia.

Veronica - E' lampante che per l'odiosa messinscena che ogni giorni si replica in questo angolo di Browing Street, la regia è di Garfield ma il casting è tuo. Quello che però mi sfugge è il motivo del rancore -
Perez - Davvero, Veronica, non so di cosa tu sia parlando., ma vedo con piacere che siamo passati a darci del tu -
E, su questa frase, la simpatica canaglia s'era esibito in un sorriso concupiscente, seppur carente di qualche molare.
Veronica - Ti sto dando la possibilità di raccontare la tua versione della storia, che se il malanimo di Garfield nei miei confronti ha motivazioni concrete, anche se meschine, quelle tue, invece, proprio mi sfuggono. Non hai mai avuto mire di espansione né condotto guerre di religione, hai accettato perfino le incursioni di Van Gogh all'interno delle tue mura, e credo che della piccola, momentanea  popolarità di cui ha goduto "Il fiore del mio giardino" te ne sia anche tu avvantaggiato. Chiudo e mi trasferisco a Napoli, nella città dove sono nata, voglio ricominciare da capo e dimenticare questa brutta storia, ma non me ne andrò a mani vuote, sicura che Garfield sarà disposto a sborsare fino all'ultimo centesimo della somma da me richiesta per l'acquisizione del negozio che, altrimenti, ho minacciato di svendere a te. Però...-
Perez -  Davvero hai intenzione di partire? -
S'era fatto serio ora, senza però smettere di armeggiare, con fili e lucchetti, intorno al grosso imballo.
Veronica -  Van Gogh ha bisogno di ritrovare la memoria ed io l'ottimismo: impresa ormai impossibile qui a New Eden, dove per noi s'è consumata la irreversibilità di una morte ed il fallimento di una rinascita, non me la sento di ritentare l'impresa ma vorrei almeno capire le ragioni di tanto malanimo. Quelle di Garfield non ho bisogno d'indagarle, ma le tue...ecco, quelle mi sfuggono -
Perez - Non ho partecipato a questa ignobile messinscena, ma non l'ho neppure impedita. Non ho potuto far nulla, perché se avessi tentato una qualsiasi contro partita con l'aiuto di certe mie conoscenze sarebbe scoppiata una guerra tra bande che non avrebbe risolto il problema ma, piuttosto, si sarebbe scatenata  un vera e propria guerriglia per il possesso di Browing Street. I figuri a cui si è rivolto Garfield sono lacchè d'infimo grado, paria che espletano lavori di basso profilo per il capo banda, lui si molto potente. Garfield non sa neppure in che guaio si è cacciato nonostante, fin dal principio, ho cercato di dissuaderlo. Io...-
Veronica  - Tu...cosa? Oltre il tentativo di dissuasione. di concreto cos'hai fatto per impedire questa follia? Tu sei rimasto fermo a guardare, magari divertendoti pure. Sei esattamente come lui -
Perez - Esattamente come lui! No, io sono forse peggiore, ma non sono come lui. Non devi neppure pensarlo che io sia come lui. Sono colpevole, ai tuoi occhi, di non aver agito come ti saresti aspettata, perché un po ti piaccio e allora mi hai idealizzato, immaginando che sarei corso in tuo soccorso, ed ora alla deludente luce dei fatti vedi che mi sto, invece, comportando esattamente da quel bastardo quale immaginavi fossi. Ho tentato di dissuadere Garfield provando inutilmente a farlo ragionare, a retrocedere da questa assurdità che purtroppo pagherà a caro prezzo perché colui a cui si è rivolto non s'accontenterà degli spiccioli per la messinscena, ma esigerà quote e compartecipazioni nella gestione dei negozi in attesa di espropriarli del tutto, dopo di che resterà solo il nome di Garfield sull'insegna. Un nome pulito, incensurato, e di cui si servirà per gestire, per altri scopi, quella che sarà poi solo la facciata fittizia dell'attività di Garfield. Lo hanno in pugno, il coglione, con registrazioni ed altro, così dovrà piegarsi a fare il loro volere o finirà, nella migliore delle ipotesi in galera e nella peggiore ammazzato. -
Aveva sottolineato quest'ultima frase con un gran pugno sul tavolo. Quello stesso pugno poi s'era  dischiuso scivolando, vuoto e arrendevole, lungo i fianchi
Veronica - E tu, invece, non corri rischi? Te non ti toccheranno? -
Non era di certo sfuggito a Perez il pungente sarcasmo della domanda, e l'increspatura del sorriso con cui l'aveva formulata
Perez - Non mi toccheranno solo perché sto tagliando la corda anch'io. E senza nemmeno un'assegno di buona uscita. Ci tengo a salvare pelle e tatuaggi. A proposito hai già intascato l'assegno?
Veronica - No, eravamo ancora in trattativa -
Perez - Temo che non ci sarà più tempo per nessuna trattativa -
Veronica - Ma cosa significa? Cosa diavolo stai armeggiando? -
Perez - Sto salvando la pelle a quel coglione di Garfield ma puoi scommetterci che non me ne sarà neppure grato. Fammi da palo, controlla che la strada sia deserta, devo trascinare questo scatolone all'angolo dei vostri negozi, e poi farlo esplodere. -
Veronica -  Sei completamente pazzo. Non puoi farlo -
S'era frapposta a sbarrare l'accesso alla porta, ma Perez con delicatezza l'aveva spintonata di lato e con un calcio deciso aveva spalancato l'uscita.
Perez - Si che posso e lo farò, con o senza il tuo aiuto. Ma se collaborassi te ne sarei grato. Avanti, stiamo facendo un'opera buona, anche se Garfield non merita niente, ma sarà il Signore a giudicare. Ci credi in Dio? Io non ne sono sicuro, ma se mi chiedi del diavolo ti rispondo di si, soprattutto dopo averlo visto all'opera, e t'assicuro che Garfield sarà davvero fortunato a non passargli tra le mani. Si farà qualche anno di galera quando lo incolperanno di questo disastro, ma sarà comunque vivo. Soprattutto nessuno si farà troppo male.Tu comunque volevi andartene ed io pure. Sarò costretto a sparire subito che se qualcuno mi riconosce come l'autore della trama di questo inghippo, tra le mani di quel diavolo ci finisco io, e non ne ho nessuna intenzione. A te, invece, converrebbe rimanere, ci sarà l'Assicurazione a risarcirti, quello che non prendi da Garfield lo prenderai da loro, magari non la stessa cifra ma pur sempre qualcosa di sostanzioso per ricominciare. -
Con molta cautela aveva sollevato lo scatolo che aveva poi accostato al muro de "Il fiore del mio giardino" avendo cura, però, di posizionarlo sulla parete contigua al negozio di Garfield: l'esplosione avrebbe dovuto danneggiare anche quello, per dare l'idea dell'opera messa in atto da un principiante.
Veronica - Perché stai facendo tutto questo per Garfield? Cosa te ne viene in tasca? -
Lo pungolava ostinata, per coglierlo nella fragranza di una bugia
Perez - E' inutile, non riesci proprio a vedermi come l'eroe buono! Mettiamola così, che senza un avversario non mi diverto e, seppur Garfield non è mai stato alla mia altezza, devo riconoscergli alcune non disprezzabili, perverse, intuizioni. Eppoi anche tu e Van Gogh eravate in procinto di partire: senza la mia madonnina italiana vestita di nero, sarei rimasto proprio solo.
Veronica - Io? -
Perez - Ti confesso che volevo andarmene già da un pezzo, la vita stanziale e le beghe del fisco non fanno per me, ma se non fosse accaduto tutto questo casino io sarei rimasto almeno fino al giorno in cui tu avresti smesso il lutto per vederti indossare un altro colore. Credo di essere rimasto solo per questo. Una volta ho sognato che eri vestita di rosso. Il rosso è il mio colore preferito. Magari a te ne neppure piace. Ma nel mio sogno eri vestita di rosso, ed eri bellissima -
Veronica - Il rosso... sono anni che non lo indosso, non piaceva al mio defunto marito, lo trovava  appariscente e inopportuno nella maggior parte delle circostanze. Un colore profano. -
Perez - Un colore profano? Davvero? E tu gli hai creduto? -
Veronica - No, ma gli ho dato retta. -
Perez -Non sembri di quelle che danno facilmente retta: O eri troppo innamorata o non lo eri abbastanza, per cui hai espiato rinunciando al colore rosso. Si, deve essere andata proprio così -
Veronica - Sei un tipo pieno di certezze -
Perez - In alcuni campi ho acquisto una certa esperienza -
Aveva ribadito col suo disarmante sorriso obliquo.

Perez - Dobbiamo ora separarci. Dovrai rimanere ancora un qualche tempo qui a New Eden per raccontare la tua versione dei fatti, che è poi la tua unica verità.Non ti accadrà nulla di male e non potrai essere accusata di niente: d'altronde eri tu il bersaglio. L'Assicurazione dovrà risarcirti, non so in che misura, ma qualcosa ti spetta, e magari sarà sufficiente per realizzare il tuo viaggio a Napoli. Garfield sarà al sicuro in prigione, seppure una volta uscito dovrà ricominciare da capo ad incasinare qualche altro luogo.
Veronica - E tu cosa farai? Dove andrai? -
Perez - Taglio la corda prima di essere accusato di essermi rammollito. Ho anch'io una reputazione da difendere. Del negozio se ne occuperà il mio socio, ne farà quello che vuole perché quello che mi spetta l'ho già preso, il resto non mi riguarda. Dove vado è top secret -
Veronica - E' un addio, questo. Non ci rivedremo più? -
Nel tremito della sua voce s'intuiva un'emozione, anche per lei, nuova
Perez -  Mai dire mai. Ovunque io sia ti ritroverò seguendo la scia rossa del tuo vestito.Ti ritroverò, perché è l'unica cosa che davvero voglio. L'unica possibilità a cui aspiro -
Glielo aveva sussurrato nell'orecchio prima di sparire nella notte che di li a poco si sarebbe colorata di rosso.
             

giovedì 10 agosto 2017

La stanza di Ludwig


Cap 1
Non importa l'anno, la stagione e la città in cui si svolge questa storia, che alla fine sono solo dettagli che nulla aggiungerebbero alla trama, così come non hanno importanza neppure i nomi dei protagonisti, (da me ribattezzati con nomi di fantasia) se non fosse per via dell'esigenza immediata del riconoscimento, che non potevo certo scrivere lei lui l'altro, in un modo approssimativo, che avrebbe ingenerato confusione.
Così ho scelto i nomi in base alle peculiarità personali, quelle che a me parevano identificative del carattere e  della propensione.

...quella sera ero a caccia di stelle, impresa possibile solo ad una sognatrice, visto che il mio affaccio confluisce nella finestra della casa di fronte, e il passaggio che alla vista si dispiega non è quello misterioso della via lattea, ma di una tappezzeria presuntuosa, un lampadario monumentale, e un pianoforte con sgabello.
Stanza che, fino a quella sera, avevo immaginato disabitata, con le tende spalancate ma mai nessuno all'interno, e invece, con mio grande stupore, nell'interno buio s'è profilata la silhouette di un uomo seduto al pianoforte, le mani in grembo e la testa (una testa possente dai capelli bianchissimi) reclinata sul petto, come stesse dormendo o congetturando.
Dopo un lungo tempo l'uomo si è scosso, ha sfiorato con le mani i tasti, si è alzato ed è uscito dalla stanza.

 Cercavo le stelle ed ho trovato un pianeta.
Un mondo abitato laddove immaginavo un deserto.
Questo ho pensato quando la stanza è tornata di nuovo vuota.
Paziente, ho atteso ancora alla finestra un nuovo ingresso dell'uomo, ma non è accaduto.
Così le sere successive.
E già perdevo interesse alla storia, quando di nuovo si è replicata la stessa coreografia, ma più nitida, cosicché ho capito che l'uomo seduto con la testa reclinata sul petto, non stava affatto dormendo né congetturando, ma fissava un coltello che gli giaceva in grembo. Poi si è alzato, ha  sfiorato i tasti con una carezza sporca di sangue, ed è scomparso oltre la soglia buia.

Mi sono affannata a raccimolar notizie al riguardo del mio misterioso dirimpettaio, ma a quanto pare nessuno lo conosceva e pochi lo avevano visto. Il Maestro (così, con ironia e diffidenza, l'avevano appellato per via del nome difficile e straniero. ) in quell'appartamento non ci abitava in pianta stabile, poiché spesso era in tournée. Nessuna confidenza, non rispondeva neppure ai saluti, forse era sordo o solo arrogante, con la spocchia dei ricchi seppur ricco non doveva essere se abitava in una di  queste nostre topaie, Forse portato sul lastrico da un divorzio sfavorevole, una ex moglie che lo aveva dissanguato, magari la bruna favolosa, una donna di gran classe, che una volta era giunta fin qui a cercarlo.

Di Ludwig, (così chiamerò d'ora in poi il Maestro, per le vere, o presunte, attinenze con Beethoven) quindi, poco o nulla si conosceva, ed io non avevo di certo le credenziali per irrompere nella sua vita ad indagare. Così mi sarei dovuta accontentare dei fotogrammi proiettati all'interno di quella stanza.
Pazientemente mi sarei predisposta all'attesa della visione privata del prossimo spezzone di pellicola.

...e non ho dovuto aspettar molto che gli intervalli, tra un tempo e l'altro, erano diventati sempre più brevi, come se il regista, accortosi di me, unica ma attenta spettatrice, accelerasse i tempi del racconto affinché non mi distraessi e perdessi interesse alla trama, ed allora, con un colpo di scena, nella stanza buia ha materializzato l'ombra sottile di una donna, della quale nitidamente intravedevo la schiena nuda, le braccia, le spalle, il collo, e una porzione di viso, che l'altro lato era nascosto dalla cascata scura dei capelli. La donna, che immaginavo bellissima ed elegante, camminava spedita verso il pianoforte ma poi è incespicata. Ha perso l'equilibrio ed è caduta. Si è rialzata, infine, con le mani premute sulla bocca a reprimere un grido

Cap 2
...l'attimo successivo, bussavo trafelata alla porta di quell'appartamento.
Ho picchiato fino a sbucciarmi le nocche delle dita, ma nessuno mi ha aperto.
In compenso, però, si sono spalancate le porte degli altri condomini, qualcuno in pigiama tirato giù dal letto, una donna con un neonato attaccato al seno, un tizio seminudo, a malapena coperto da un' asciugamano, scaraventatosi fuori dalla doccia.
Ne è conseguito un gran bailamme, che tutti volevano sapere cosa stesse succedendo e perché m'accanissi con tanto furore contro la porta di quell'appartamento vuoto.

- Non è affatto vuoto, c'è una donna che ha bisogno d'aiuto. L'ho vista dalla mia finestra -  M'affannavo a spiegare
- Non c'è nessuno in quella casa, e se lo dico io potete starne certa, l'affittuario, il Maestro, mi ha riconsegnato le chiavi qualche settimana fa - Tagliò corto il portiere, che nel frattempo era sopraggiunto
- Ma io l'ho vista, vi dico. Così come qualche giorno fa vidi un uomo. E aveva un coltello - Ribattei testarda
- La verifica è facile, basta prender le chiavi ed entrare - Suggerì, pragmatico, l'uomo seminudo

Già già, verissimo, si può controllare, siate gentile andate a prendere le chiavi così la ragazza si tranquillizza e smette di fare baccano, e noi riprendiamo le nostre faccende.
Spronato dalla piccola folla, il portiere si risolse ad andare a prendere le chiavi in guardiola.

Com'era questa donna?
Cosa faceva?
Perché dici che era in pericolo?

Raccontai quello che avevo visto, in realtà poco e molto confuso, ma che generò svariate congetture.
La signora della porta accanto si ricordò di aver visto una donna uscire da quell'appartamento, e di aver suscitato la sua curiosità perché il Maestro, che godeva fama di misantropo, non riceveva mai visite.
...una donna bellissima, capelli bruni e occhi viola, proprio come quelli dell'attrice, la Elizabeth Taylor. Bella come lei...ma anche più bella.

Forse era la favolosa bruna che altri inquilini avevano notato e di cui s'era ironizzato poter essere una ex moglie, appartenente alla categoria delle sanguisughe.
Nel frattempo era ritornato il portiere con le chiavi e il chiacchiericcio, di botto, aveva lasciato il posto a un silenzio di tomba, quando, con qualche circospezione, aveva varcato la soglia e acceso la luce.
...una breve ispezione in tutte le stanze e poi il responso finale, scandito con enfasi vittoriosa: l'appartamento è vuoto!

Allora siamo entrati in massa a verificare, più per la curiosità di profanare un luogo proibito che per mettere in discussione la parola del portiere.
L'appartamento non solo era vuoto ma non c'era nemmeno il pianoforte né il monumentale lampadario, e le finestre erano sigillate dagli scuri sbarrati.

- Bene, signori, ora che abbiamo verificato che l'appartamento è disabitato, come io avevo detto, possiamo tornarcene a casa -
Andava suggerendo, beffardo e impaziente, il portiere
...ma io sentivo che tutti erano rimasti delusi e che avevano sperato fino all'ultimo in quel colpo di scena che avrebbe movimentato, sia pur per un breve momento, la banalità delle loro vite, ponendoli sotto gli occhi dei riflettori, spettatori e testimoni di un dramma che aveva tutti gli ingredienti di espandersi in rilevante fatto di ctronaca, mentre ora si rifacevano, con battute ironicamente pungenti, su quella mia ingiustificata apprensione che li aveva tutti coinvolti a vuoto, e seppur le mie scuse fossero state benevolmente accolte, non mi vennero risparmiati commenti del tipo: certi cibi è meglio evitarli la sera, sono indigesti; un'insonnia troppo prolungata genera questo tipo di visioni; le droghe sono la rovina del mondo; colpa dello stress e dei ritmi della vita moderna
...e via di questo passo.

Ma io, Elizabeth, l'avevo vista!

Cap 3
La mia aggressiva irruzione di quella notte mi aveva recato un'inaspettata, quanto bislacca,  popolarità, cosicché quando attraversavo il cortile, o m' affacciavo alla finestra, c'era sempre qualcuno che, a gran voce, mi chiedesse cosa stessi vedendo.
Imbarazzata, affrettavo il passo fingendo di non aver sentito, o mi ritraevo dalla finestra, arrabbiata con me stessa al ricordo della  mia sconcertante performance di quella sera, che m'aveva tolto, agli occhi del vicinato, ogni credibilità.
Così decisi che mi sarei affacciata solo di notte, quando il resto del mondo dormiva e la stanza di fronte magicamente, solo per me, s'animava.
...seppur dovetti aspettare molto tempo prima che accadesse di nuovo.

Quella sera un vento di burrasca muoveva le tende e faceva tintinnare le gocce del lampadario barocco; un vento teso a spazzar via le ombre del buio e render nitide quelle dei due uomini avvinghiati in una lotta silenziosa.
Individuai, dal bianco dei capelli, l'uno essere Ludwig, dell'altro, invece, non emergevano particolari identificativi, ma sembrava, tra i due, fosse quello più in difficoltà, quello che subiva la predominanza fisica dell'avversario.
...ed ecco, d'un tratto, nelle sue mani, materializzarsi un coltello che nell'enfasi della lotta, gli era sfuggito dalla presa, finendo a terra, dove Ludwig fu lesto a raccoglierlo, per poi con quello assediarlo.
 Lo sconosciuto, smarrito e maldestro, incespicò  nella sua stessa ombra e cadde sulla lama,  impugnata dall'avversario a stabilire la distanza.
...cadde a terra, sgomitando il buio, scoordinato come una marionetta a cui sono stati recisi i fili.
Senza più rialzarsi.

Questa volta non agii impulsivamente, non corsi a batter alla porta di Ludwig,  ma piuttosto mi sforzai di far leva sulla razionalità.
Dunque, ciò che accadeva in quella stanza non avveniva in tempo reale ma era una proiezione di atti compiuti nel passato che, non so per quale ragione, me ne era concessa una privata visione.
Ma per dare un senso alla sequenza di quegli eventi, che scorrevano a ritroso (così m'era sembrato di capire che la scena, intravista per la prima volta dalla mia finestra, in realtà fosse l'atto finale) avrei dovuto scoprire l'identità della vittima, della quale, però, non avevo alcun indizio da cui partire.
...interrogare il vicinato, in maniera assolutamente discreta, rimaneva l'unica strategia a cui potessi far ricorso, che consultare i giornali sarebbe stato del tutto inutile poiché di quel misterioso delitto neppure i mass media dovevano saperne nulla.

...e alla prima buona occasione realizzai l'approccio proprio con la vicina di casa di Ludwig, intercettata mentre attraversava il cortile, appesantita da un paio d'ingombranti sporte e impacciata da un grosso ombrello da uomo in cui, a tratti, rischiava d'incespicare.
Finsi di scendere in cortile a raccogliere un tovagliolo cadutomi dalla finestra, eppoi come per caso voltarmi e veder lei col suo pesante fardello, andarle incontro offrendole il mio aiuto, che subito accettò, grata, impartendomi benedizioni e ringraziamenti, fin sulla soglia di casa, dove m'invitò ad entrare per un caffè.
...che io, di buon grado, accettai.

Per un pezzo parlammo del più e del meno, poi, inaspettatamente, fu lei stessa ad imboccare l'argomento Ludwig.
Si vedeva che aveva voglia, ma forse più esatto dire, necessità di parlare, di sgravarsi di un peso che, al pari di quello delle sporte, le urgeva dividere con qualcuno.
...e quale pubblico più attento di me, la ragazza delle visioni, avrebbe ascoltato la sua storia?

Così, io ed Adelina (anche questo un nome di fantasia, ispirato dalla fragilità, fisica ed emotiva, identificativa della vicina di Ludwig, altrimenti una donna senza una storia personale ma con la propensione a vivere quella degli altri, per cui, io stessa, avrei dovuto usare molto cautela per preservarmi da sue probabili invadenze future, come mi aveva fatto presagire quel suo fulmineo passaggio dal "lei" al "tu"), sedute in salotto, con davanti un bricco di caffè fumante e un vassoio di biscotti stantii, avanzo di compleanni mai festeggiati, ci apprestavamo ad officiare al rito della confessione dei peccati altrui: lei la penitente ed io il confessore.

Cap 4
Il racconto di Adelina, articolato su fatti reali e congetture, non mancava, però, di una sua logica, anche se, a tratti, in balia di una fantasia febbrile, esasperata dalle estenuanti veglie a spiare il mondo dal buco della serratura o dai vetri della finestra.
...due donne, le sue uniche visitatrici: la bruna con gli occhi viola, ed una di corporatura più esile, anche lei mora, capelli lisci cortissimi, lo sguardo ardente e una lingua tagliente, una spagnola (la nazionalità rivelata dall'accento), che indossava un completo severo, dal taglio maschile, cosicché al primo impatto l'aveva scambiata per un uomo.
La spagnola era in stato evidente di esaltazione. Una furia esplosa all'interno della casa
... l'ha vista entrare ma non più uscire.

 L'ombra pugnalata era, dunque, quella della spagnola: il racconto di Adelina tragicamente combaciava con quello della mia visione.

- Come fa ad esser certa che non sia uscita? Magari non l'ha vista -
- No, non è uscita. Il lampione proietta una luce vivida su tutto il cortile, e il portone, quando lo si apre o lo si chiude, cigola, seppur sommessamente, ma le mie orecchie, a causa dell'insonnia, sono diventate sensibili ai rumori anche minimi. La donna non è uscita da quell'appartamento, ci metto la mano sul fuoco -
- Nessun altro, oltre lei, li ha sentiti bisticciare? -
- Come faccio a saperlo? Io testimonio per quello che ho personalmente visto e sentito. Ma non ho prove, e senza di quelle non si va da nessuna parte -
- Prove... di cosa?-
- Dell' omicidio -
- Omicidio! Questa è una supposizione grave e, mi lasci dire, molto azzardata -
- E allora che fine ha fatto la ragazza? Dopo il litigio, di cui poco ho capito perché la ragazza urlava in spagnolo e lui, il Maestro, le rispondeva con altrettanta veemenza in tedesco, o in una lingua simile, è subentrato un silenzio di tomba. Proprio così: di tomba. E lei non è più uscita dalla casa -
- Sono solo supposizioni, le sue, Adelina, ne deve convenire con me. Non si può accusare nessuno di un reato così grave senza esibire alcuna prova -
- Oh certo che lo so, le mie supposizioni sono come le tue visioni: farneticazioni. La giustizia necessita d'impronte digitali e macabri reperti per mettersi in moto, e così tanti criminali la fanno franca e se la ridono. Piuttosto, tu non hai visto più nulla accadere in quella stanza? -
- No, non ho visto più nulla -

... le avevo mentito a fin di bene, che se le avessi raccontato la mia ultima visione, che in definitiva avvalorava tutta la sua storia, avrei contribuito ad esacerbare quella sua morbosa, seppur lucida emotività, che avevo intuito, dal tono acuto della voce e da una gestualità esasperata, imbrigliata, a stento, in un precario autocontrollo.
Ci salutammo come due cospiratrici, consapevoli, però, che di quel nostro briefing erano già al corrente tutti gli altri condomini.

La descrizione fisica e l'irruenza caratteriale e quella sottile ambiguità di fondo della misteriosa spagnola, m'avevano ispirato il nome di Anais, che per queste sue caratteristiche l'avevo da subito configurata con la celebre scrittrice di romanzi erotici  Anais Nin.
...e così ne avevo disegnato, nella mia fantasia, un ritratto suggestivo: piccola di statura, esile, capelli corti corvini, sguardo enigmatico, vestita con un tailleur pantalone di foggia maschile. Una di quelle donne solo all'apparenza fragile, ma con all'interno il potenziale distruttivo di una santabarbara.

Necessitava stabilire una correlazione reale tra gli evanescenti personaggi, protagonisti di un film muto e di cui solo io conoscevo già il finale.

Cap 5
Quali ruoli rivestivano i tre attori protagonisti di quel film a episodi ?
Interpretavano una parte o se stessi?
Storia reale o fantasia?

Attendevo alla finestra, speranzosa ed impaziente, la proiezione di altri spezzoni di quel thriller muto, aspettando comodamente seduta in poltrona, che il regista, nella scena finale, fornisse la soluzione dell'enigma.
...o forse non ci sarebbero state più proiezioni perché la scena finale era già andata in onda, quella in cui Anais muore pugnalata dalla lama del suo coltello.
Ma era stata una ferita mortale quella che lei stessa s'era inferta cadendo sulla lama impugnata da Ludwig, o era stata solo la mia frettolosa supposizione a decretarlo?
...perché la scena, magistralmente, s'interrompeva su quella caduta accidentale.
 Stando a questo parziale scenario, la morte di Anais sarebbe stata solo un incidente, omicidio colposo, per dirlo in termini di legge, che alleggeriva Ludwig dalla volontarietà del fatto e non lo bollava col marchio infamante dell'assassino intenzionale.
Ma, come ho già ribadito, la scena s'era interrotta su quella caduta, cosa era avvenuto dopo?
Potevo solo fare congetture:
1) Anais, solo ferita, era caduta a terra, per rialzarsi e andar via
2) Anais, solo ferita, era caduta a terra dove Ludwig l'aveva poi uccisa.
3) Anais, mortalmente ferita, era caduta a terra, dove era spirata.

Un finale aperto, dunque, dove benissimo, nella seconda e terza ipotesi, s'andava incasellando anche l'affermazione di Adelina, pronta a giurare che la donna non era mai più uscita dalla casa.
 Nella sciagurata ipotesi dell'omicidio, colposo o doloso che fosse, dov'era finito il cadavere?
....molto più probabile, invece, che la donna, seppur ferita, avesse lasciato l'appartamento sulle sue proprie gambe, eclissandosi nel buio.

Per saperne di più sarei dovuta tornare indietro di qualche fotogramma, laddove Elizabeth. inciampando, guarda a terra e con un moto d'orrore si porta le mani alla bocca a reprimere un grido.
Sul pavimento c'era il corpo di Anais o solo il suo sangue?

Il fermo immagine di Elizabeth con le mani premute sulla bocca, mi si era inchiodato nella mente, ma era davvero poco per stabilire la realtà dei fatti e optare per una delle due, parimenti, plausibili ipotesi.

Elizabeth...forse saperne di più su di lei avrebbe contribuito a far luce su questa storia che, perdonate l'ironia, andava in onda col buio.
D'altronde, lei e Ludwig, a differenza di Anais, evanescente e provvisoria, erano carnalmente reali.
...e di questo mio proposito d'indagine non ne avrei fatto parola nemmeno con Adelina.

Il primo passo sarebbe stato documentarmi su Internet riguardo la vita, privata e pubblica, di Ludwig. Con un po di fortuna avrei stabilito la sua correlazione con Elizabeth (c'erano troppi forse in questa storia dove procedevo per congetture quando, invece, necessitavo di dati verificabili e circostanziati).
Il primo enigma da sciogliere sarebbe stato quello di risalire al vero nome e cognome di Ludwig, così difficili da pronunciare e memorizzare, il motivo per cui era stato soprannominato il Maestro.
...erano state rimosse anche le etichette dal suo citofono e dalla cassetta della posta.
Senza un nome di riferimento non avrei cavato nulla da Internet, ma piuttosto, come i detective del secolo scorso, avrei dovuto far ricorso ad un informatore.
...informatrice, per la verità, la migliore sulla piazza, una donna dai mille mestieri, giornalista, pianista e animatrice di feste, allo stato odierno ideatrice di bufale per un sito internet, che grazie a lei stava scoprendo l'età dell'oro.
Una donna che sul pettegolezzo e la maldicenza aveva costruito le sue fortune e le sue sfortune.

Elsa, (così chiamerò la mia informatrice, per via delle tante rilevanti attinenze con la più celebre Elsa Maxwell, la penna corrosiva e denigratrice del giornalismo gossip targato USA, tra gli anni ruggenti e la grande depressione), uscita miracolosamente indenne, e con la fedina penale pulita, da una torbida vicenda di politici e prostitute minorenni, che l'aveva vista protagonista dapprima come coimputata eppoi come testimone d'accusa.

...così erano cadute tutte le altre teste, ma non la sua, che fieramente ostentava su quel suo collo grassoccio ed ingordo, come prova inconfutabile d'innocenza.
Innocenza a cui nessuno aveva mai creduto, ma che nessuno avrebbe più osato mettere in dubbio.

Cap 6
Una mail coincisa, promettente però di uno scoop sensazionale, inviata tramite il suo sito, mi fece entrare in contatto diretto con Elsa, allettata dal poter imbastire uno scandalo su un soggetto inedito, (anzi vergine, come lo aveva definito lei, proiettata già nell'atto della profanazione).
...quella donna metteva i brividi anche a distanza.

La storia, non importa che sia vera, ma deve essere credibile: è su questo assunto che si basa il  giornalismo scandalistico. Logica e fantasia devono riuscire a convivere all'interno di una stessa frase, coerenti e convincenti, altrimenti il castello di carta miseramente crolla, e il costruttore rimane sepolto sotto le macerie.
...ma nessun castello di carta, per quanto architettonicamente azzardato dall'impavida Elsa, le era mai crollato addosso. Morivano gli altri ma lei, miracolosamente, ne usciva illesa (proprio come era accaduto nell'epilogo dell'ultimo scandalo da lei fomentato)
...così per non rimanere impigliata nei suoi artigli, nel tentativo di estorcerle quante più informazioni potevo sulla vita privata di Ludwig, avrei dovuto propinarle una trama talmente astrusa da risultare incredibilmente priva di ogni logica, perfino a lei, regina delle fandonie.
...e quale trama più insensata della verità stessa?

Come era nelle mie previsioni, Elsa, cestinò in toto la mia storia, nonostante io giurassi e spergiurassi sulla sua veridicità, non potendo esibire testimonianze di una qualche, seppur blanda, attendibilità: non c'è materiale sufficiente a costruire le prove.
Costruire le prove!
Non cercarle, quelle prove, ma costruirle!
Evidentemente un lapsus di cui neppure s'era accorta, intenta com'era a scarnificare, ancora vivo, il povero Ludwig, che seppur fosse stato tutto quello che lei andava, con ferocia, elencando, pure gli avrei concesso la mia pietà, tanto erano micidiali, e mirati ad una lenta agonia, i colpi che lei gli andava, senza alcuna misericordia, assestando.

Elsa mi aveva raccontato di  un uomo ambizioso ma privo di un vero talento artistico (avevano frequentato, per un certo periodo, lo stesso Conservatorio, poi lei insofferente alla prospettiva di una ingiusta gavetta, dove s'era vista preferire, al suo indiscusso talento, colleghe meno brave ma più disponibili alle scorciatoie (seppur sono convintissima che quelle medesime scorciatoie, se anche a lei fossero state proposte, non le avrebbe di certo rifiutate) aveva optato per il giornalismo, che le consentiva un più vasto ventaglio di possibilità con cui poter autonomamente accedere in virtù del proprio talento e senza l'intermediazione di un patrocinante. Ludwig, (il cui vero nome è W. V. H. continuerò a chiamarlo così anche se il suo cognome non è poi così difficile da ricordare), invece, aveva appunto dato un'accelerata alla sua carriera, sposando A. K. sorella del celebre direttore d'orchestra J. K., una donna molto più grande d'età ma in grado di favorire la sua carriera. Un matrimonio durato il tempo necessario alla sua conclamazione di enfant prodige del pianoforte e terminato col suicidio della moglie, causato dalla depressione per una grave malattia diagnosticatale, (questa la motivazione ufficiale) ma, in realtà, per colpa di quell'unione infelice. Tradimenti...non ne erano venuti  a galla, seppur di certo ce ne saranno stati, lui era molto giovane e lei già sfiorita, ma la famiglia della suicida non lo aveva incolpato di nulla per evitare ulteriori scandali, e questo gli aveva
 permesso di andare impunemente avanti e consolidare la sua carriera, anzi, la storia del suicidio della sua prima moglie aveva contribuito a creargli l'aureola dell'artista maledetto, e renderlo popolare soprattutto tra le donne di tutte le età e non solo le appassionate di musica classica, che a far la fila per un suo autografo c'erano anche le rocker. Cosa ci trovassero in lui è un mistero, visto che aveva un carattere ruvido, molto umorale, per cui facilmente disertava perfino le feste organizzate in suo onore. Un' asociale e della peggior specie, di quelli a cui nonostante i modi sgarbati viene permesso, e perdonato, tutto, in nome di quel genio che neppure possiede. Che a sentir bene, il grande Maestro di stecche ne aveva prese, anche se pubblico e critica, succubi del mito, nella foga dei battimano parevano non accorgersene. Si era sposato una seconda volta con una ballerina dell'Opera di Parigi, D. M.  molto bella e talentuosa, (ma io che l'ho conosciuta di persona ho visto solo una biondina acerba, incolore, una ragazzetta qualunque che amava vestire di celeste) stavolta più giovane di lui e che gli aveva dato un figlio, vissuto, però, solo pochi mesi. Si era  parlato di morte in culla, e lei era caduta in una forte depressione da cui non s'era più ripresa, decretando la fine di quella sua brillante carriera di ballerina. In realtà anche di lui, in quel periodo, e anche dopo, per tantissimo tempo, si sono perse le tracce, dando adito ad un suo avvenuto, seppur mai annunciato,  ritiro dalla musica, ma poi eccolo, invece, intraprendere una lunga tournee nei paesi asiatici (abbastanza deludente, però, stavolta anche secondo la critica e gli addetti ai lavori). Ora, alla luce del tuo racconto, mi chiedo: che fine ha fatto la sua seconda moglie? Dovrò indagare a tal proposito, anche se è scontato che quelle come lei finiscono in convento o si suicidano. E arriviamo alla terza,  E. B. quella che tu chiami Elizabeth ( il cui nome, per caso, è proprio quello), l'avventuriera materializzatasi dal nulla, bellissima ma non più giovane e con la necessità, quindi, di assicurarsi con un matrimonio conveniente, un  benessere per gli anni della vecchiaia. Quando si sono sposati la stella di Ludwig aveva già iniziato ad offuscarsi e la sua mediocrità di pianista diventava sempre più evidente, ma aveva comunque accumulato  un sostanzioso patrimonio col quale benissimo avrebbe potuto campare di rendita. Perché l'abbia sposata rimane un mistero visto che al nostro artista piacevano le donne timide, quelle obbedienti, le sottomesse, insomma, come erano state le sue prime due mogli, perché con loro gli riusciva di mascherare la sua latente impotenza.  Elizabeth, invece, era una dominatrice, era lei a dettare le regole, imponendogli perfino la convivenza con la sua amante storica, una spagnola, sua  socia in affari e compagna di letto. Elizabeth era un osso duro, non si sarebbe suicidata né fatta suora, quindi, per liberarsene, gli  rimanevano due opzioni: l'uxoricidio o il divorzio.
...divorzio che, nonostante gli accordi prematrimoniali, l'aveva  ridotto sul lastrico.

Cap 7
La cronistoria di Elsa perfettamente delineava tutta la vicenda, dandole un senso, con tutte le tessere del mosaico perfettamente incasellate, dove non c'erano spazi vuoti né margini disgiunti.
Una storia dalla trama neppure davvero originale, e ancor di più immiserita dalla narrazione volgare di Elsa che, fedele al suo stile, aveva tradotto la tragedia in commedia, riducendo i personaggi a semplici clichè da dare in pasto alla canea, perennemente affamata, dei suoi lettori.
...a base di questa prospettiva, era una cosa buona che lei se ne fosse tirata fuori, seppure nutrivo il sospetto che fosse rimasta comunque in agguato in attesa di una mia mossa che le desse l'avvio per la sua micidiale zampata.
Elsa era quel tipo di persona che scende in campo a giocare sporco solo dopo aver acquisito la certezza che qualcun'altro si sporcherà più di lei.
... e, in virtù di questa sua etica, bellamente l'aveva fatta franca nell'ultimo scandalo che l'aveva vista prima sedere sul banco degli accusati e poi su quello delle accusatori.

Ma dovevo darle ragione sul fatto che non avevo alcuna prova con cui supportare una mia denuncia, e l'unica cosa che potevo fare era rintracciare Elizabeth e avere con lei un chiarimento.
Con lei, a differenza di Ludwig che, volontariamente o accidentalmente, era da ritenersi responsabile di quell'omicidio, avevo forse una qualche probabilità di venire a capo dell'intera vicenda, facendole presente che la sua reticenza l'avrebbe posta, invece, su un piano di corresponsabilità con l'assassino.
Rintracciare Anais, invece, sarebbe stato molto più difficile, soprattutto se fosse stata lei stessa a volersi rendere irreperibile.
...ma ancor più difficile nel caso fosse, invece, stata uccisa.

Non s'era neppure rivelato facile contattare Elizabeth, sicché ero dovuta ricorrere di nuovo all'aiuto di Elsa perché favorisse i presupposti per un nostro incontro.
...aiuto per il quale m'ero dovuta impegnare a fornirle il dettagliato resoconto della conversazione doverosamente registrata (cosa a cui mai mi sarei sottomessa, ma che, mentendo, le avevo promesso)

Mi sarei presentata ad Elizabeth con le false credenziali di una giovane regista che aveva come suo progetto d'esordio un film sulla vita di Ludwig, e per questo necessitavo di testimonianze dirette e riscontrabili, per non incorrere nel rischio di censure o peggio ancora di denunce.
...specificando, per questa collaborazione, la prospettiva di un lauto guadagno sulle royalty, perché questo film, c'era da scommetterci, avrebbe sbancato il botteghino.
Avrei dovuto essere estremamente convincente e coerente col mio personaggio, che Elizabeth, dal ritratto che ne aveva fatto Elsa, non era di certo una sprovveduta.

Apprensione, impazienza ed emozione: questi gli stati d'animo con cui mi predisponevo ad incontrare, finalmente, la Elizabeth delle mie visioni.

Cap 8
...incontro che non avvenne mai.
Attesi Elizabeth, nel luogo convenuto, tutto il pomeriggio fino alle prime ombre della sera, ma di lei nessuna traccia.
Avvilita e preoccupata chiesi spiegazione ad Elsa, ma le disse di non avere alcuna spiegazione al riguardo.

Avrà fiutato la trappola.
Fu il suo breve commento.

Sta di fatto, però, che una parte di me era pur contenta che l'incontro non si fosse realizzato in base ai presupposti stabiliti da Elsa, che mi avrebbero resa complice dei suoi diabolici piani.
...oppure, era stata Elsa stessa, a far fallire il tutto, perseguendo un suo piano, privato e segreto, che mi escludeva, ritenendomi, probabilmente a ragione, non all'altezza dei suoi macchiavellismi.
Troppo onesta. Troppo ingenua. Troppo emotiva. Questi, ai suoi occhi, i miei difetti.
...seppur determinata ad andare fino in fondo

Ma la determinazione, da sola, non sempre basta, non sempre regge alla prova dei fatti, con chi ha basato la sua ragione di vita sull'inganno e il raggiro, e forse il ricatto.
...e questo mio ragionamento non riguardava Elsa, ma Elizabeth.
Perché la bellissima bruna dagli occhi viola, la terza moglie di Ludwig era, al pari della giornalista, maestra di mistificazioni e sotterfugi, illusioni ed insidie: una intelligenza fine, votata al male.
Ed anche Anais, la presunta vittima, apparteneva alla loro stessa  malvagia genia?
...non dimentichiamoci che, per far valere le sue ragioni, era andata da Ludwig armata di coltello

Elsa, all'interno del suo racconto, l'aveva però menzionata solo riguardo alla specifica del suo ruolo d'amante, e di socia, di Elizabeth.
Forse perché la riteneva un'attrice secondaria, la spalla di Elizabeth, per intenderci, o semplicemente perché non possedeva informazioni al suo riguardo?

Anche la finestra della stanza di Ludwig era diventata un punto buio nella notte: cieca e muta, aveva cessato il suo racconto.
...vana, la mia attesa, della rivelazione della verità su quel segreto di sangue celato dagli scuri serrati.

Sentinella della notte, trascorrevo le mie ore ad indagare, paziente e passiva, l'oscurità, d'improvviso irrimediabilmente impenetrabile, interrogandomi sul fine per cui ero stata prescelta io, unica spettatrice a poter spiare il nero sipario dietro cui s'era consumato un dramma, privata, però, della possibilità d'intervenire.

Denunciare Ludwig per omicidio? Ma non avevo nessuna prova che fosse realmente accaduto, e soprattutto non era stato rinvenuto nessun cadavere
Denunciare la sparizione di Anais? Non c'era tra noi nessun legame di parentela, o di amicizia, che mi autorizzasse a muovermi in tal senso, oltretutto, se mi fosse stata richiesta, non sarei stata neppure in grado di fare una sua descrizione fisica. Conoscevo il suo nome, certo, ma questo non sarebbe stato sufficiente a mettere in moto la lenta macchina della giustizia.
Denunciare Elizabeth come testimone del delitto? Non avrei potuto in nessun modo motivare quest'accusa solo sulla base delle mie visioni.

Avevo le mani legate: la mia storia era talmente incredibile che nessuno l'avrebbe presa sul serio.
Inutilmente avevo cercato notizie di Ludwig sui giornali o in rete, ma di lui non si parlava affatto.
Provai a ricontattare Elsa per tentare un nuovo aggancio con Elizabeth, ma s'era resa irreperibile, non rispondeva, o si faceva negare al telefono.
...non mi rimaneva che arrendermi.

Cap 9
Avrei dovuto gettare la spugna, e così feci dopo altri vani tentativi di rintracciare almeno uno dei protagonisti della vicenda. Ma niente, come fossero stati inghiottiti dal buio. Anche Elsa aveva fatto perdere le sue tracce, col sospetto, da parte mia, che lei continuasse ad indagare in maniera, di sicuro, molto più producente della mia, che mezzi e conoscenze non le mancavano.
Di tanto in tanto incontravo Adelina, ci scambiavamo speranzose sempre le stesse domande e le stesse sconsolate risposte.

- Hai avuto altre visioni?
- No. E lei, ha avuto modo di sentire o vedere qualcuno?
- Niente e nessuno. E l'appartamento, a tutt'oggi, è ancora sfitto.

Ancora, di notte, cercavo di captare attraverso gli scuri sbarrati della finestra di fronte, segnali di  vita, seppur metafisica. Ma nulla più mi giungeva.
...come se l'autore di quell'assurda messinscena, che d'impulso me ne aveva mostrato l'anteprima e poi, sempre con lo stesso impulso, avesse deciso non dovesse più riguardarmi, e così avrei fatto bene a farmene una ragione visto che, dall'altra parte non c'era nessun interlocutore con cui rapportarmi.
...ma il senso d'impotenza, che ne scaturiva, era assolutamente devastante.

Per sfuggire al richiamo ossessivo di quella finestra avrei dovuto cambiare casa, ma le mie magre finanze non mi consentivano di attuare il progetto, che l'affitto esiguo e i pochi doveri condominiali, non mi erano stati proposti in nessun'altro caseggiato.
... avrei dovuto, quindi, far leva solo sulla mia capacità di resistenza per sottrarmi a quella subdola malia, e come Ulisse, per sfuggire al canto delle sirene, s'era turato le orecchie con tappi di cera e incatenato all'albero maestro, io, invece, facendo ricorso a mezzi più moderni, m'immergevo in lunghe letture o cercavo d'interessarmi a qualche programma televisivo, oppure mi procuravo il sonno con l'ausilio dei sonniferi.
...ed erano solo questi, in ultimo, a lenire nel profondo quel mio distruttivo senso d'impotenza, facendomi precipitare nel salvifico, solitario buio, dell'incoscienza.
...e fu proprio durante l'attesa di una mia full immersion nell'oblio, quando già il sonnifero si accingeva ad espletare il compito per cui era stato assunto, e con solerzia andava spegnendo tutte le lucine nel mio campo visivo per consegnarmi all'oscurità del sonno, che il viso grassoccio di Elsa s'impose a riempire lo schermo televisivo.
...in un riflesso opaco, come di vapore, vidi la sua faccia dilatarsi a dismisura nel riquadro della tv eppoi irrimediabilmente frammentarsi in minuscoli, indecifrabili fotogrammi, che mai sarei riuscita a fissare nella memoria.

Al risveglio, a nulla sarebbe servito impietosamente maledirmi per la mia incapacità ad oppormi al sonno e seguire il talk che ospitava Elsa, che ogni volta che quella donna si palesava di sicuro c'era in ballo una qualche scottante anteprima.
...e stavolta direttamente mi coinvolgeva.

A fatica avevo dominato l'impulso di precipitarmi a casa di Adelina per chiederle se avesse visto il talk in cui era presente Elsa, e di cosa trattava, facendo, però, molta attenzione a mascherare l'impazienza e la curiosità che mi dilaniavano, dal momento che lei nulla sapeva dei miei abboccamenti con la giornalista.
...così mi ero data un aspetto sufficientemente presentabile e già bussavo alla sua porta pregando che fosse in casa e non già dietro a qualche sua effimera commissione.
Mi venne ad aprire, sorpresa ed entusiasta, di quella visita così mattiniera.

- Ho appena fatto il caffè...
- Grazie, lo accetto volentieri.

- Credo che tu sia qui per il programma di ieri. Lo hai visto? C'era quella giornalista, Elsa comediavolofadicognome, vabbé non importa, parlava di Ludwig, del suo ritiro dalle scene e del tentativo di suicidio, provvidenzialmente sventato dalla sua ex moglie. Sventato per modo di dire, che quando lei ha chiamato l'ambulanza lui era già in stato di coma. Irreversibile, a quanto dicono i medici. Un mix di barbiturici e sonniferi, voleva proprio farla finita.

- Non l'ho visto il programma, cioè avevo già preso i sonniferi e mi sono addormentata. Un mancato suicidio o un tentativo di omicidio? Protenderei benissimo, trattandosi di Elizabeth, per la seconda ipotesi
- Vacci piano anche tu con quella roba. I sonniferi sono come i barbiturici e le droghe, a farne troppo uso ti spediscono all'altro mondo. E già questa sarebbe una fortuna che di sicuro rimanere in coma irreversibile,come è accaduto a Ludvig, è ancor peggio.
- E cos'altro ha detto la giornalista?
- Che scriverà un libro su di lui, promettendo rivelazioni inedite e sensazionali, con l'ausilio della  sua ex moglie, per la precisione la seconda, c'era anche lei in studio, una biondina stralunata, devo confessarti che mi ha fatto pena. Rispondeva solo con un si o con un no alle domande che la conduttrice poneva. Sembrava non fosse in grado di formulare risposte più articolate. Mi ha dato l'idea di una drogata, o di una fortemente depressa, così  al suo posto rispondeva quasi sempre la giornalista. Perché poi avrà portato quella povera creatura in televisione? Lei e Ludwig avevano avuto un figlio che è morto dopo pochi mesi, di una di quelle morti misteriose dei bambini. Ha detto la giornalista che scriveranno un libro a quattro mani...ma che libro vuole scrivere con una così?
- Inventerà. Potrà dire tutto quello che vuole e senza contraddittorio. A chi davvero importerà indagare sulla verità dei fatti, se la menzogna sarà così intelligentemente congegnata da sembrare più vera del vero? Magari Ludwig è colpevole di omicidio, e nessuno lo saprà mai. Ma dovrà espiare, invece, per peccati mai commessi, e forse più abominevoli di quell'unico.
- E noi cosa possiamo fare?
- Nulla, Adelina. La nostra versione dei fatti, straordinariamente fantastica ma vera, non sarà mai creduta da nessuno: non abbiamo prove né testimonianze, così le mie visioni, e le tue asserzioni, non sarebbero ritenute attendibili da nessun giudice. Abbiamo le mani legate. Rassegnamoci.
- Potremmo rivolgerci a quella giornalista, raccontare a lei tutta la storia, magari lei ci crede
- Se al diavolo racconti la verità quello per dispetto la tramuta in bugia, perché l'unica verità conclamata deve essere sempre la sua. Esattamente lo stile di quella giornalista.
- Ne parli come se la conoscessi
- Forse perché recentemente ne ho conosciuta una che le somiglia davvero tanto.

La salutai con un'amichevole pacca sulle spalle, e poi mesta e sconfitta, ma al contempo sentendomi finalmente libera, me ne tornai a casa.

La storia è questa.
E i protagonisti pure.
Tirate voi le somme, o se vi aggrada, imbastite una morale
Ma io, in questo finale, non salvo nessuno
Neppure me stessa.